“Inchiesta” La società degli operai imprenditori (3/a)

07/10/2005
    giovedì 6 ottobre 2005

    pagina 11

    "Inchiesta"

      Viaggio nel mondo Coop: la produzione e il lavoro. Terza puntata

        La società degli operai imprenditori

          Il caso della Sacmi di Imola, piccola cooperativa nata all’inizio del secolo e oggi leader dell’impiantistica. Il sistema di potere interno e il rapporto tra manager, soci e lavoratori

            PAOLO ANDRUCCIOLI

              Un gruppo di giovani, vestiti con abiti sportivi, sale sul pulmino. Valige e borsoni, gli adesivi con il nome dell’azienda. Sono in partenza per la Cina, dove c’è da organizzare una nuova linea di produzione della ceramica. Sono i tecnici e gli ingegneri della Sacmi, Società anonima cooperativa meccanici di Imola, azienda nata il 2 dicembre 1919, per iniziativa di nove operai che erano rimasti disoccupati e che, invece di stare da soli, hanno firmato davanti al notaio l’atto di costituzione della loro società. Obiettivo: «avere un lavoro per il sostentamento delle famiglie», ma anche cominciare a «creare», avviare cioè un’attività imprenditoriale. Oggi la Sacmi cooperativa occupa circa 1000 persone e 3600 nel gruppo, ha 70 controllate in tutto il mondo: produce macchine che servono per l’imbottigliamento, per produrre i tappi a corona e in plastica per bevande di tutti i tipi,macchinari sofisticati per la produzione delle ceramiche da arredamento e ora sta lanciando il naso artificiale, un congegno che viene utilizzato nell’industria alimentare per controllare la qualità dei prodotti. Ricavi delle vendite e delle prestazioni nel 2004: 1.062.552.744 euro.

              Domenico Olivieri è il presidente della Sacmi. Ci riceve nel suo ufficio per spiegarci la natura di una cooperativa di produzione e lavoro, cresciuta negli anni fino a diventare leader in vari settori. Il segreto del successo, secondo Olivieri, sta nelle scelte che «i soci e un gruppo dirigente illuminato hanno compiuto tanti decenni fa e che è quella di diventare impiantisti ». Gli operai fondatori erano fabbri. Avevano cominciato a produrre cancelli, inferriate, finestre. Poi, con grandi difficoltà sono riusciti superare il buco nero del fascismo che cercò in tutti imodi di annientare tutte le coop, specialmente quelle rosse, soprattutto qui a Imola, provincia di Bologna, cuore produttivo del sistema nazionale cooperativo. Dopo le due guerre mondiali, la società anonima è cresciuta e ha avuto un vero e proprio balzo guidata dall ’ingegner Aldo Villa. L’intuizione dell’ingegnere è stata molto semplice ma coraggiosa: produrre e vendere impianti, come d’altra parte già sognavano all’inizio del secolo i nove fondatori. Da allora i clienti si sono moltiplicati e ora la Sacmi è una società globale, che ha resistito – almeno finora – alla tentazione della delocalizzazione.

                Quando pagano i soci

                  Il caso della Sacmi è interessante perché oltre a raccontarci la storia di un’impresa di successo, ci dà la possibilità di capire alcune delle caratteristiche di fondo del modello coop, a partire dal finanziamento. Una delle differenze sostanziali tra una cooperativa e una società per azioni sta infatti nel processo di accumulazione originario. Con la società di capitali si parte da un padrone o da più padroni che investono i loro soldi per avere un profitto e remunerare, attraverso la Borsa, gli azionisti. Con la coop si parte dal capitale raccolto tra i soci e dal finanziamento delle banche. Quasi tutti i profitti vanno a rifinanziare, con un sistema troppo complesso per sintetizzarlo qui, l’attività di impresa. Anche per la Sacmi la fonte del finanziamento è stato «l’autofinanziamento è generato dalla gestione dell’impresa cooperativa, in cui la ricchezza prodotta è prevalentemente dedicata allo sviluppo dell’impresa stessa», ci dice Olivieri. La seconda fonte è stata «l’apporto di capitali da parte dei soci, che pur non essendo determinante in termini finanziari, costituisce un importane stimolo per la gestione».

                  Diventare soci non è automatico, né facile. Chi viene assunto dalla Sacmi lavora per cinque anni come dipendente. Dopodiché il consiglio di amministrazione valuta caso per caso le domande di coloro che vogliono diventare soci. Se il responso è positivo, al socio viene chiesto di versare 70 mila euro, come sottoscrizione. Il pagamento, come è ovvio, si può rateizzare in 15 anni. In questomodo, spiega ancora Olivieri, capitale e lavoro coesistono e insieme si creano somme importanti per il rischio di impresa, impresa cooperativa dove vige il voto capitario. I cooperatori ci tengono a precisare che le quote dei soci non c’entrano nulla con la partecipazione azionaria dei dipendenti delle Spa. Né tantomeno con il famoso sistema delle stock option. La legge prevede che i soci, quando escono dall’azienda, ricevano il loro capitale eventualmente rivalutato secondo i limiti di legge, senza capital gain.

                    Settantamila euro a testa

                      Oggi la Sacmi ha 316 soci, che hanno versato o stanno versando 70 mila euro ciascuno. Due di loro stanno per andare in pensione, ma la base sociale presto sarà incrementata. Nelle cooperative il reddito prodotto non si divide tra i soci, se non per una parte disciplinata per legge, ma si reinveste nell’attività di impresa. L’opposto, a quanto pare, di certi processi di «finanziarizzazione ». E’ questo schema fondante della cooperativa che spiega anche il diverso regime fiscale che ora è stato modificato dagli ultimi interventi che tendono ad avvicinare sempre di più i due tipi di fiscalità (la polemica sui privilegi fiscali delle coop andrebbe aggiornata). La struttura di una cooperativa spinge ad assicurare una continuità del lavoro nel tempo.

                      Avete mai avuto la tentazione di buttarvi sulla finanza e la rendita? chiediamo al presidente Olivieri. «E’ una tentazione – risponde – che i soci non hannomai avuto in quanto hannoben chiaro quello che è lo scopo mutualistico della nostra cooperativa fin dalla sua costituzione, ovvero il lavoro». La scelta di fondo e i criteri alquanto severi nella scelta dei soci hanno determinato la crescita della Sacmi. Ma, come per ogni impresa, c’è il problema del «manico », ovvero del gruppo dirigente. Anche la «governance» della Sacmi ci può dire qualcosa. «In testa all’organigramma della cooperativa – spiega ancora Olivieri – c’è l’assemblea dei soci e questo non è soltanto un aspetto formale, ma bensì la sostanza». E che non si tratta di pura formalità nella catena del comando lo si capisce dai fatti. La Sacmi riunisce l’assemblea mediamente dodici volte l’anno. Le riunioni durano tra le quattro e le cinque ore e si tengono rigorosamente fuori dall’orario di lavoro. Partecipa l’80% dei soci. Si prendono decisioni in merito ai budget, agli investimenti, alle partecipazioni societarie. L’assemblea controlla gli amministratori e la direzione e ogni tre anni elegge il Cda a cui sono demandati tutti i poteri di gestione dell’azienda, subordinati al rispetto delle delibere assembleari.

                        (3.continua)

                          scheda
                          IL NUOVO FISCO COOPERATIVO

                          Fino a qualche anno fa, viste le differenze tra spa e coop, gli utili delle cooperative non venivano tassati, cosa che invece avviene normalmente per le Spa. Con la riforma del 2002 si è introdotta una tassazione parziale, mentre si confermano le tasse su tutto il resto. Sia le Spa, sia le Coop pagano le loro tasse sull’Iva, pagano i contributi previdenziali e gli oneri sociali. L’esenzione totale sugli utili delle coop ormai non esiste più e vige il sistema delle cooperative prevalenti e non prevalenti per cui si applicano regimi fiscali diversi. Le coop prevalenti nel settore della produzione-lavoro sono quelle in cui il costo dei salari dei dipendenti diretti supera il costo delle collaborazioni richieste dall’esterno. Nel campo dei servizi le «prevalenti» sono quelle in cui la vendita ai soci è superiore alla vendita ai non soci. Questo spiega per esempio il sistema delle tessere per i soci delle coop di distribuzione alimentare.