“Inchiesta” La scalata dell’Unipol e il tesoro delle rosse (1)

30/09/2005
    giovedì 29 settembre 2005

    pagina 13

    INCHIESTA

    Viaggio nel mondo Coop: il potere, i soldi, il ruolo dei soci. Prima puntata

      La scalata dell’Unipol
      e il tesoro delle rosse


        Le Coop di consumo appoggiano l’operazione di Consorte e hanno trovato i soldi necessari anche nel giro del risparmio dei soci
        Grandi imprese In questi anni c’è stato un vero boom della cooperazione. Crescono gli occupati e la dimensione aziendale

          PAOLO ANDRUCCIOLI

            Nel 1864, quando venne fondata la Banca Popolare di Lodi, nessuno avrebbe mai potuto immaginare storie come quelle del finanziere Fiorani e dei suoi amici Gnutti e Ricucci, del governatore Fazio o come la scalata della Banca nazionale del lavoro da parte di Unipol. Così come nessun socio della prima cooperativa di consumo nata a Torino nel 1854 avrebbe mai potuto immaginare l’impero attuale delle Coop, primo gruppo nella distribuzione alimentare in Italia, unico avversario credibile dei giganti stranieri della grande distribuzione, nonché potente agente calmieratore dei prezzi. Un colosso da 11,3 miliardi di euro di fatturato nel 2004, con quasi 6 milioni di soci.

            La cooperazione nata nell’Ottocento dalle società di Mutuo soccorso e dalle prime, piccolissime, associazioni di operai che fondavano cooperative per avere un lavoro dignitoso «ogni giorno» e un salario competitivo rispetto a quello imposto dai padroni, si è profondamente trasformata. La scalata dell’Unipol, decisa da Giovanni Consorte e appoggiata da tutto il movimento cooperativo (con due o tre eccezioni, tra cui Coop Firenze, di cui parleremo) ha messo sotto i riflettori dei media un mondo che – pur facendo parte ormai della storia economica e politica del paese – risulta ancora oggi poco conosciuto. Scopo di questo nostro viaggio nel mondo delle cooperative è proprio quello di capire che cosa è diventata questa realtà, sia dal punto di vista economico, sia da quello culturale e politico. Cominceremo quindi con le «coop rosse», tralasciando per ora l’altra importante realtà, quella delle coop bianche (la Cascina, Comunione e liberazione, Formigoni e via dicendo) perché – come è ovvio – non c’entrano nulla con il fatto di attualità, che è la scalata di Unipol a Bnl.

            I prosciutti di Montezemolo

              La prima cosa da capire nella nostra inchiesta riguarda le risorse e le strategie finanziarie che stanno alla base di quella che sembra l’operazione più ambiziosa della storia del movimento cooperativo italiano: la creazione di un conglomerato finanziario ai primi posti nelle graduatorie nazionali, con l’intento di sfruttare al massimo tutte le possibili sinergie tra assicurazione (l’Unipol) e la banca (Bnl). Alla Confindustria la mossa di Consorte non è piaciuta affatto, perché, secondo la logica del «a ciascuno il suo mestiere», romperebbe le regole del gioco e gli equilibri consolidati. Secondo la Confindustria e secondo molti critici, sia di destra, che di sinistra, le Coop sbagliano ad appoggiare la scalata perché le cooperative dovrebbero rimanere nei propri recinti, ovvero nel sociale, nelle costruzioni e nella grande distribuzione e non si dovrebbero occupare di alta finanza. Anche perché, aggiungono quelli che criticano da sinistra (per esempio la Cgil), l’operazione potrebbe mettere a rischio l’occupazione e il patrimonio delle stesse coop, visto che Bnl è una società quatto volte più grande di Unipol e soprattutto è una banca che pur avendo una grande e diffusa rete di sportelli a livello nazionale, in questo momento non sta nelle migliori condizioni possibili, nonostante le molte dichiarazioni ottimistiche del presidente Abete.

                I dirigenti delle cooperative e di Unipol hanno risposto ai critici con vari argomenti. Non si tratta di un’operazione di «finanziarizzazione», ovvero di abbandono del capitalismo produttivo per quello più sicuro della rendita, dicono. Si tratta piuttosto di un’operazione che farà bene a tutto il mondo cooperativo perché produrrà nuovi posti di lavoro, nuovo sviluppo e soprattutto uno strumento molto potente per il finanziamento delle cooperative stesse. Il presidente della Lega delle coop, Giuliano Poletti lo ha spiegato molte volte (anche con una intervista al nostro giornale). Così come sono stati molto chiari anche Giovanni Consorte e Pierluigi Stefanini, presidente di Coop Adriatica. L’argomento principale è che non si deve mettere a confronto Unipol con Bnl, ma Bnl con tutto quello che sostiene Unipol, ovvero il grande mondo delle cooperative. Ed ecco quindi la prima sorpresa: ma come, le coop non hanno sempre avuto un grave problema di finanziamento? Non hanno vissuto da sempre il male della sottocapitalizzazione, visto che sono società che reinvestono gli utili, non dividono i guadagni agli azionisti come fanno le Spa e non hanno facile accesso al credito delle banche?

                Grandi risorse a disposizione

                  Il mondo delle cooperative appare oggi come un mosaico fatto di spezzoni molto diversi tra loro. Dalla vicenda Unipol emerge però una realtà che si è fortemente capitalizzata negli ultimi anni e che riguarda essenzialmente la grande distribuzione. I soldi per la scalata di Consorte vengono soprattutto dai grandi supermercati Coop. Il punto forte dell’operazione sta nelle 28 cooperative presenti in Holmo Spa, la holding di Bologna che controlla Unipol. Si tratta, come ha scritto Massimo Mucchetti su Corriere Economia (26 settembre) di uno «squadrone» che fattura 15,6 miliardi di euro, con oltre 75 mila dipendenti e un capitale investito di 17 miliardi. Un capitale che viene fornito all’88% dagli oltre 5 milioni di soci, in parte sotto forma di capitale e riserve e in parte attraverso il prestito sociale.

                    Il fatturato complessivo nel preconsuntivo 2004 delle cooperative che aderiscono alla Lega ha raggiunto la ragguardevole cifra di 45.752 milioni di euro. Il fatturato delle coop cresce a ritmi molto spinti. Tra il 2003 e il 2004 è cresciuto in percentuale del 5,11 per cento. Tra il 2002 e il 2003 era cresciuto ancora di più: 7,69 per cento. Gli occupati, nel 2004, erano circa 400 mila, ma in questa cifra ci sono solo i lavoratori dipendenti, assunti nelle coop (soprattutto quelle della distribuzione alimentare) con contratti normali e non ci sono i soci. Nei supermercati e negli ipermercati targati Coop i lavoratori sono dipendenti, mentre i veri soci sono, come è ovvio, i clienti, i consumatori. Questo è il bacino più grande con 6.030.000 persone con tessera coop, con diritto a sconti e condizioni di favore e con diritto alla partecipazione alle assemblee di zona. Teoricamente anche a loro si applica uno dei principi fondanti della cooperazione: «una testa, un voto».

                      Anche guardando i dati del fatturato complessivo e scomponendolo per singoli settori, si scopre la predominanza delle Coop di distribuzione e di consumo. L’Ancc (associazione nazionale cooperative di consumo), ha raggiunto, sempre nel preconsuntivo 2004, 11.400 milioni di euro. Al secondo posto le cooperative di produzione e lavoro (dove ci sono anche i big delle costruzioni), con un fatturato di 7.978 milioni di euro. Al terzo posto i dettaglianti e al quarto le imprese cooperative del settore agroalimentare. Ma sono i dati storici che più impressionano e che ci sono stati spiegati da Alberto Zevi, responsabile del Centro Studi della Lega delle coop e amministratore delegato della Compagnia Finanziaria industriale. Il dato che ci tiene a sottolineare Zevi riguarda la dimensione aziendale delle cooperative. All’inizio degli anni Settanta le coop rappresentavano il 2 per cento dell’occupazione, nel 2001 avevano raggiunto il 5 per cento con circa 930 mila dipendenti e tra il 2001 e il 2005 si è superato il milione di adetti totali. In questi anni le cooperative hanno continuato ad assumere e a crescere di dimensioni, spiega ancora Zevi. Sono state imprese che hanno lavorato in senso anticiclico: mentre le Spa licenziavano e ristrutturano, magari chiudendo stabilimenti in Italia e delocalizzando all’estero, le cooperative non hanno dato retta alla moda del «piccolo e bello» che pure era stata raccomandata perfino da Giuseppe De Rita con le ricerche del Censis. Le cooperative sono diventate grandi: nel 1971 solo il 2 per cento delle coop superava i mille addetti, ora il 10 per cento è composto da grandi imprese oltre i mille dipendenti. Perfino le piccole cooperative sociali, considerate in genere la Cenerentola hanno avuto un vero e proprio balzo: da 10 mila persone nel 1991 a 150 mila di oggi.

                      «Grande è bello»

                        Secondo gli esperti, dunque, le cooperative hanno rovesciato il modo normale di fare impresa e sono state tra le poche realtà italiane che hanno seguito la strada della crescita dimensionale della singola impresa. Tra le prime 30 aziende di costruzioni italiane, 12 sono cooperative. Tra le 60 mila coop attive, almeno 500 sono medio-grandi. Tra queste ci sono le grandi Coop che stanno appogiando la guerra di Consorte: la Coop Adriatica, l’Unicoop Tirreno, la Coop Estense, la Coop Nordest. Quale sarà la reale esposizione finanaziaria? Quali gli effetti sul movimento? E quali sono i rapporti sindacali nelle realtà produttive? E poi ruolo dei manager (chi li controlla, come agiscono, ecc.) e legislazione fiscale. Saranno i temi delle prossime puntate.

                          (1/ continua)

                            scheda

                            Nel 1844 a Rochdale cittadina a nord di Manchester, 28 tessitori fondarono il primo spaccio cooperativo. Nelle ricostruzioni storiche in genere è il Regno Unito che si considera la culla della cooperazione moderna, anche se qualcuno torna indietro fino al Medioevo.

                            Nel 1854, a Torino l’Associazione generale degli operai aprì la prima cooperativa di consumo.

                            Nel 1856 alcuni vetrai di Altare, in provincia di Savona, fondarono la prima cooperativa di produzione e lavoro.

                            Nel 1864 la prima Banca Popolare fu – stranezze della storia – quella di Lodi. Nello stesso anno, a Ferrara, trenta sarti si erano associati per «aprire un grande stabilimento per avere ocupazione quotidiana e lucrosa».

                            Nel 1883, nasce la prima Cassa rurale a Loreggia, in Veneto, per iniziativa di Leone Wollemborg. Nel corso del secolo si svilupparono moltissimo le Società di Mutuo soccorso

                            Nel 1893 nasce la Lega nazionale delle società cooperative, mentre sul finire del secolo, si cominciò a diffondere la cooperazione cattolica, dopo la Rerum Novarum di Leone XIII.

                            Nel 1901 nasce a Ravenna la Cmc, cooperativa muratori e cementisti, oggi tra le più grandi in Europa.

                            Nel 1902 le cooperative italiane erano 2000. Nel 1914 erano diventate 7500. Con la Prima Guerra Mondiale e soprattutto con il fascismo, il movimento cooperativo subisce una pesante battura di arresto

                            Nel 1919, a Imola Nove operai si presentarono di fronte al notaio Alvisi per fondare la Società Anonima Cooperativa Meccanica di Imola, la Sacmi, oggi una potenza di livello internazionale

                            Nel 1925 il fascismo scioglie la Lega delle cooperative. Mussolini tenta in ogni modo di rompere i rapporti tra coop e sinistra.

                            Solo con il 1945 il movimento cooperativo riprende vigore e le singole imprese cominciano a riorganizzarsi

                            Nel 1957 nasce Ancc l’associazione delle cooperative di consumatori, a cui aderiscono 3800 coop

                            Nel 1988 apre a Milano il primo IperCoop. Alla fine dell’anno scorso gli IperCoop erano diventati 70