Inchiesta: La generazione precaria (4)

16/02/2004


LUNEDÌ 16 FEBBRAIO 2004

 
 
Pagina 13 – Economia
INCHIESTA
La generazione precaria
 
LE STORIE
«Due mestieri e pochi soldi ecco la mia vita senza scelte»
          Obbligati ad aspettare per potersi costruire una propria esistenza con i genitori come unica certezza

          "Ero co.co.co., adesso mi hanno passato a contratto-progetto. Ci ho rimesso 52 euro. Il mio primo lavoro era a tempo indeterminato"
          MICHELE SMARGIASSI


          Michele Melchionna cammina ancora sulle lire. «Questo paio di scarpe è l´ultimo che ho comprato, prima dell´euro. Finché resiste?». Benché fuori corso, le scarpe di Michele fanno il loro dovere, di giorno lo portano in giro per Torino, e la sera lo riportano fedelmente a casa. Cioè: alla casa dei genitori. Perché Michele, 27 anni, pur lavorando già da 8 come programmatore informatico in una grande banca, abita ancora coi suoi. «Ci chiamate mammoni, ma io me ne sarei andato da quel po´. E chi si può permettere una casa da solo? Ho una ragazza, la vorrei sposare. Lei è disoccupata, io prendo 1200 euro per dodici mesi, no malattia, no ferie, no liquidazione». Co.co.co.? «Magari». Magari? «Ero co.co.co., adesso mi hanno passato a contratto-progetto. Ci ho rimesso 52 euro al mese. Pensare che il mio primo lavoro era a tempo indeterminato». Cos´è successo? «Cassa integrazione. Bella carriera, vero? Fra poco avrò trent´anni e mi sento ancora un bambino. Obbligato ad aspettare. E ad aspettare di aspettare».
          Nido o gabbia? Appartenenza o dipendenza? L´interpretazione oscilla, il risultato non cambia: i figli degli italiani stanno ancora aggrappati al lettone di mamma e papà più di tutti i loro coetanei europei. Ma la bilancia sta mutando: da scelta a obbligo, da comodità a necessità. Cinque anni fa, quando Laura prese una laurea in legge e trovò un lavoro fisso, un lavoro modernissimo, di quelli con un lungo nome in inglese, i suoi sospirarono di sollievo: «La ragazza è sistemata». Illusi. «Cinque anni fa prendevo un milione 750 mila lire, adesso 1023 euro: siamo circa lì, ma intanto tutto è diventato più caro. Un monolocale a Milano mi costerebbe almeno 700 euro al mese, e col resto come vivo?». Così, da cinque anni, come in una vecchia canzone di Jannacci, Laura prende il treno Bergamo-Milano, poi la sera il Milano-Bergamo, totale 140 chilometri al dì, «alla mamma non dispiace avermi in casa, ma vede che sono triste e allora non sorride più neanche lei». Può sempre prendere un appartamento con qualche collega, Laura. «La vita dello studente l´ho già fatta, preferisco aspettare che cambi qualcosa. La ditta mi ha dato un computer portatile, a volte riesco a lavorare da casa?».
          «Lo vede, è un comportamento razionale?». Marzio Barbagli, sociologo del Cattaneo, uno dei più attenti studiosi della famiglia, non è convinto che i mammoni per convenienza siano di colpo diventati mammoni per obbligo. «La difficoltà a trovare casa e lavoro è solo uno dei fattori in gioco. Sa chi resta in casa più a lungo? I figli delle famiglie più benestanti. Gli stessi che, poi, fanno le carriere più brillanti».
          Lo possono fare anche perché in Italia nessuno in fondo deride gli ultra-trentenni ancora sotto le sottane materne, come accade nel Nord Europa. Non c´è sanzione sociale del mammonismo, e la casa dei genitori diventa una rampa di lancio verso il futuro, con un conto alla rovescia che può essere rallentato a piacere. Ma c´è anche chi non si compatisce, chi la sanzione sociale se la infligge da sé, e a volar via ci prova. Alina ci ha provato quattro anni fa: «Pensavo di potercela fare». Ma è atterrata in un limbo. Due mestieri, telemarketing (in nero) al mattino e web-designer al pomeriggio, non le sono bastati per realizzare il sogno più normale del mondo: casa-lavoro-figli. «Ora divido un appartamento con tre amiche, prendo 900 euro al mese sfinendomi di lavoro per spenderne 720 d´affitto in una casa che non è mia. Non metto via un centesimo. Il mio ragazzo è un precario. Non ci sposeremo mai. La mia vita non è una scelta, è un incastro».
          Insomma chi osa, chi rifiuta per indipendenza e dignità la «scelta razionale» della lungodegenza parentale, viene severamente punito dall´Italia del caro-vita. «No, non è una libera scelta. Tutto quello che ho, a 33 anni, l´auto, il cellulare, l´ho comprato coi risparmi dei genitori. Le vacanze me le paga la nonna. Non ho nulla che sia mio davvero»: Luisa vive nel Nord-Est che fu un mito dell´intraprendenza, ha in tasca un pregevole master in architettura che però le ha procurato, per ora, solo una busta paga dei soliti mille euro. «Anche la casa in cui vivo è pagata dai miei, ed è già una fortuna vivere da sola. È innaturale la convivenza tra adulti di generazioni diverse». Anche Laura aspetta, ma non si aspetta molto. «Le carriere intellettuali sono tutte tappate dai sessantenni pensionati che lavorano ancora. Noi ci arrangiamo. Invidio i miei genitori: anche loro fecero sacrifici, ma avevano un obiettivo e sapevano di poterlo raggiungere. I miei sono sacrifici immobili».
          Poi il tempo passa e le speranze pure, e allora il calcolo si trasforma rassegnazione, rifugio. Carlo di Firenze ha «40 anni, una laurea in filosofia, qualche pubblicazione e nessun futuro». Ha provato con l´università, con la scuola pubblica e quella privata. È finito a pulire uffici. Da qualche mese va un po´ meglio, ha trovato un posto da portinaio e in guardiola, soprattutto di notte, legge ormai solo per diletto intellettuale il suo autore prediletto, Vilfredo Pareto. «Vivo coi miei, pensionati, anziani, contribuisco alla vita domestica, pago le bollette di casa. Papà ha una buona pensione: cominciò come rappresentante e finì dirigente. Lui c´è riuscito a farsi strada nella vita. Io ho studiato più di lui, eccomi qui. Col sospetto di essere un fallito e un inizio di depressione».
          Quando passano troppi anni nell´attesa dell´occasione giusta per fare il salto, la casa-trampolino finisce per diventare casa-salvagente. La pensione di papà resta l´unica vera risorsa. Carlo Maria Gioria, dirigente del servizio anti-violenza agli anziani del comune di Torino, legge preoccupato i rapporti degli assistenti sociali: «Ricevo sempre più segnalazioni su anziani che dovrebbero essere assistiti in strutture specializzate, ma che i figli non vogliono lasciar andare perché perderebbero un reddito».
          I genitori non sembrano comprendere i rischi della loro generosità. Pochi quelli esasperati, pochissimi quelli che vorrebbero cacciar via un figliolone ingombrante come nel dolceamaro Tanguy del regista francese Chatiliez. «La laurea vale quanto un diploma, la vera fine degli studi è la specializzazione», il professor Maurizio Andolfi, psicologo, pensa ai suoi studenti della Sapienza, «allora la famiglia si fa carico del prolungamento; ma tacito o palese scatta il patto, lo scambio, quasi il ricatto: noi ti aiutiamo adesso, tu dopo aiuterai noi. Un guinzaglio affettivo che può soffocare la carriera che vorrebbe favorire».
          Ci vuole un coraggio doppio per spezzare quel guinzaglio. Bisogna prendere la rincorsa e saltare lontano. Non solo via da casa, ma via dalla città, anzi via dall´Italia. «I miei avrebbero potuto mantenermi senza problemi», racconta al telefono da Bruxelles Paolo, ingegnere aerospaziale, «sono io che non ho ritenuto dignitoso vivere in un paese che non garantisce la sussistenza neppure a un tecnico di alta professionalità. Qui la vita costa come in Italia, ma per il dottorato prendo 1500 euro, ne pago 600 di affitto, mi sono sposato, mia moglie fa la commessa part-time a 700 euro, abbiamo una figlia, viviamo bene. Il mio consiglio: ragazzi, emigrate prima possibile». Non deve insistere molto, Paolo. Il forum di Repubblica.it risuona dei canti di sirena degli espatriati: «Qui vivo, vado a cinema, un cappotto mi costa un decimo dello stipendio: se ve vuoi un futuro, non è in Italia» (Cecilia dalla Scozia); «Qui nessuno ti regala niente ma chi lavora sta bene, spendi molto ma guadagni molto» (Alessandro dagli Usa); «Lavoro 30 ore per 3-4 mila euro, andatevene finché sete in tempo» (Paolo dal Belgio); «Faccio la traduttrice e la cameriera e me la cavo bene, in Italia mi offrivano 450 euro al mese con contratto di sei mesi» (Paola dall´Inghilterra); «Mi hanno preso come interprete alla Ue, ho una bella casa, viaggio, vado al cinema? Povera Italia, chi ti vede da fuori ha pena per te» (Marta dal Belgio). Ripartono i bastimenti. Valigette ventiquattr´ore al posto delle valige di cartone. L´America non è solo la soddisfazione professionale, è la vita comoda, senza l´angoscia del 27 del mese. «Nel mio istituto», conferma Paolo l´aerospaziale, «quattro ricercatori su dieci sono italiani scappati. Io sono qui perché ho seguito un consiglio, lo stesso che do a tutti e che seguirei anche se rinascessi».


          (4. continua)