Inchiesta: Il carovita sulla salute (5)

09/03/2004




24-02-04

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Inchiesta
Il carovita sulla salute: guarisce presto solo chi paga


MICHELE SMARGIASSI


«è andata bene~». Con cautela, la signora Filomena Franco muove il braccio appena liberato dal gesso, prova le dita, collauda il polso. «è andata bene», ripete. Operazione riuscita? «Come? Sì, sì, ma io stavo pensando a un’ altra cosa. è andata bene che questa volta sono riuscita a farmi operare a carico Usl, e non ho speso niente. Un anno fa, invece, per il piede, più di 2500 euro~». In clinica privata? «Veramente la clinica era la stessa di stavolta, pure l’ équipe era la stessa, ma in regime convenzionato c’ era da aspettare un anno e io non camminavo più, che dovevo fare? Pagando mi hanno operata subito. è andata meglio stavolta che ho potuto aspettare, perché con 400 euro di pensione al mese i soldi per andare privatamente non li avevo. Già spendo 30 euro al mese per il cortisone, per me sono tanti». Filomena convive da 35 anni con la sua artrite reumatoide, ma non le era mai successo di dover scegliere fra farmacia e supermercato: «Dica lei che senso ha rimettersi in salute se poi uno deve smettere di mangiare~». SEGUE A PAGINA 13 MOLA ALLE PAGINE 12 e 13 Naturalmente tra la borsa e la vita sai già cosa scegliere. A una pizza con gli amici puoi rinunciare, la sporta del supermercato la puoi alleggerire, ma le medicine no: quel che il medico comanda, lo compri di corsa e tacendo. «La salute al discount non esiste. Quel che ti dicono di pagare, paghi»: la maestra Agnese a Modena vive come tutti coi suoi 1250 euro al mese, facendo un po’ d’ attenzione alle spese; non risparmia sulle medicine, «ho solo allentato la prevenzione. Le visite che prima facevo ogni anno ora le faccio ogni due». Ma quando la malattia bussa alla porta non si può risparmiare: «Per portare mamma dal reumatologo tre anni fa pagavo 100 mila lire, ora 90 euro». Privato? «Ma certo, con queste liste d’ attesa~ Far aspettare tre mesi una persona che sta male è impensabile». La riclassificazione dei ticket farmaceutici ha già massacrato il portafogli di molti malati, per esempio gli allergici (gli antistaminici sono finiti in fascia C, totalmente a carico del malato); un’ altra stangata è in arrivo. Ma c’ è un ticket occulto che è già insopportabilmente esoso: è il ticket sulla paura, la tassa sull’ angoscia, il balzello sull’ urgenza. Le lamentele al Tribunale per i diritti del malato sull’ aumento dei tempi d’ attesa per diagnostica e visite specialistiche sono cresciute del 10 per cento tra il 2001 e il 2003. Segnalate attese di 540 giorni per una protesi d’ anca, di 270 per una cataratta, di un anno per le emorroidi. Chi non ha amici medici per saltare la fila china il capo, rinuncia a una vacanza o a qualcosa di più, e telefona alla clinica privata. «Non lo fanno per avere il cellulare sul comodino o il bagno privato, lo fanno perché hanno ansia e fretta. Nessuno spiega ai malati che in molti casi non c’ è bisogno di affrettarsi», spiega Nerina Dirindin, economista all’ università di Torino e autrice di In buona salute, un bel libro di difesa critica della sanità pubblica, «nessuno governa la domanda sanitaria, perché tenerla artificialmente alta fa il gioco del mercato. Non è un caso che le liste d’ attesa pubbliche sono più lunghe per le specialità su cui c’ è più offerta privata». Di solito si dice: va dai privati chi vuole l’ eccellenza, chi non s’ accontenta dello standard Usl. è una gigantesca panzana. E non solo perché gli ospedali pubblici sono pieni di ottimi professionisti. Per smentirla basta lo scandalo morale della professione inframuraria: stesso ambulatorio, stesso medico, ma se paga l’ Usl vieni fra tre mesi, se paghi tu vieni domani. No, non è la qualità che ti vende a caro prezzo il privato: è il tempo. Ma vendere il tempo è come vendere l’ aria, o lo spirito: Sant’ Agostino inorridirebbe. Purtroppo la nostra civiltà ha stabilito che il tempo è denaro. Infatti ha una sua inflazione: più s’ allungano i tempi d’ attesa pubblici, più crescono le parcelle private. «Un mese fa», scrive a Repubblica.it Vincenzo da Napoli, «ho pagato una Tac privata 741 euro. Nel 2003 mi era costata 532 euro. Ho "percepito" un’ inflazione del 39%». Ma nessuna Istat calcola quanto costa a una famiglia normale il gonfiarsi delle liste d’ attesa. Se il tempo è denaro, quando cala la mannaia di una malattia una famiglia che ha poco denaro dà fondo al suo tempo. Così ha fatto Rita di Milano quando diagnosticarono a sua figlia quindicenne una malattia cronica invalidante: «Lasciai l’ insegnamento. Per fortuna ho fatto l’ Isef, so maneggiare un corpo. Abbiamo vissuto con lo stipendio di mio marito, io mi sono dedicata a mia figlia: non avrei potuto pagare infermieri, già ci costano un occhio le riabilitazioni, 60 euro a seduta per dieci sedute per 2-3 cicli l’ anno. Adesso ha 27 anni, è in piedi, s’ è laureata e lavora. Ma col suo solo stipendio non avrebbe mai potuto curarsi». Se il caro-vita crea disagio, il caro-salute crea panico. I rincari al supermercato rosicchiano il portafogli giorno per giorno: una malattia può schiantarlo di colpo. Non parliamo delle parcelle del dentista, che ormai si pagano a rate: paradosso, mistero, l’ unica disciplina medica che non ha un credibile corrispettivo pubblico, eppure tutti prima o poi ne hanno bisogno. Basta un esame completo del sangue (ticket da 45 fino a 90 euro) a mandare in crisi una famiglia. «Ormai prima di mettermi in coda al Cup guardo cos’ ho in tasca», ironizza Enzo Camiglieri, 75 anni, pensionato Enel romano da 1000 euro mensili. «Per una visita sono almeno 45 euro di ticket. E gli antidolorifici non me li passa la mutua, sono 40 euro a scatola, tre scatole al mese». Si fa presto a esaurire il budget. Soprattutto quando la malattia è la fastidiosa compagna di una vita. «Per i malati cronici i farmaci non sono il costo maggiore», spiega Giuliana Farinelli dell’ Associazione malattie reumatiche, «il peggio sono le spese para-medicali, protesi, apparecchi, tutori~». Per i quali, a quanto pare, vale lo stesso cambio 1000 lire/1 euro praticato in pizzeria. Silvana Casamento è una donna precisa, ha tenuto gli scontrini: «Nel 2000 ho comprato una pedalina per mia mamma operata al ginocchio: 50 mila lire. Nel 2002 ne ho comperata una nuova: 50 euro. è il nuovo prezzo, m’ hanno detto, se non le va bene~ Che fai? T’ arrabbi e la lasci lì? La compri comunque perché ne hai bisogno, perché lo dice il medico. Ma così io la sanità la pago tre volte: pago le tasse, pago in farmacia, pago un’ assicurazione privata~». Fosse almeno una mannaia uguale per tutti. Macché. «Se hai la disgrazia di nascere nella regione sbagliata, una malattia ti può mettere sul lastrico», racconta Loredana Nesta dell’ Associazione pazienti di malattie rare. Che essendo rare, a quanto pare, sconcertano gli amministratori sanitari. «Ci hanno messo un anno a diagnosticarmi un linfoedema», racconta la signora Anna da Genova, «sembra cellulite, è una cosa che può farti perdere l’ equilibrio all’ improvviso. C’ è un solo centro specializzato dove potrei essere curata dal servizio pubblico, ma sta nelle Marche e mi serve un permesso speciale della mia Regione. Lo aspetto da due anni e intanto pago di tasca mia. Ho una pensione da 615 euro, ne spendo 300 in terapie, creme, colliri, tutto non mutuabile. Se fossi nata a San Benedetto del Tronto sarei più ricca». Non tutti i malati sono uguali davanti al ticket. Il federalismo sanitario è una giungla di diseguaglianze, un farmaco gratuito in Emilia può costare 5,5 euro a scatola in Puglia; qualche regione fa pagare anche i farmaci per i cronici, altre limitano il trattamento gratuito a 60 giorni poi sono affari tuoi. La fantasia dello scarcabarile non ha limiti. In Lombardia si sono inventati un angosciante conto alla rovescia: «Dal 2003, anno del disabile, anziché l’ accesso gratuito alle terapie mia figlia ha a disposizione una tessera a scalare da 120 prestazioni», spiega la signora Carla Airoldi, «ma se ha bisogno di scarpe ortopediche ne spende tre, di una carrozzina nuova altre tre, e allora la riabilitazione in piscina la pago io, sennò siamo a zero prima di aver finito le sedute di fisioterapia e ci tocca pagarle 35 euro l’ una, mica possiamo smettere perché abbiamo esaurito i punti~». Articolo 32 della Costituzione: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’ individuo~». Ma se è possibile mettere a tariffa il tempo, figuriamoci il diritto.
(5 – continua)