Inchiesta. Gli italiani con i conti in rosso (2)

09/02/2004

LUNEDÌ 9 FEBBRAIO 2004
 
 
Pagina 1-8 – Economia
 
 
LE STORIE
Molte famiglie costrette a comprare a rate ciò che prima preferivano pagare in contanti

"Noi prigionieri dei prestiti" il bilancio di casa cambia così
          busta addio Mi sento prigioniera La busta paga è già spesa prima ancora di finire sul conto
          sto peggio di prima Ho chiesto un prestito per saldare lo scoperto e ora sono messa peggio di prima
          ora devo scegliere Nessuno mi fa credito, ora devo scegliere tra il dentista e le scarpe, non è umano
          dove sono finita? Oltre al mutuo, le rate. Mi sentivo nella classe media: non so dove sono finita

          (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
          MICHELE SMARGIASSI


          Nei corridoi del ministero degli Esteri oggi ci si occupa di affari interni. Gira una busta, impiegati e funzionari c´infilano discretamente qualche biglietto di banca. Servono per aiutare (chiamiamola così) Giancarla, collega strozzata dalle rate. «Non è una sconsiderata, Giancarla. Aveva fatto i suoi conti, ci stava dentro. Ma la figlia è andata all´università, libri, tasse, mensa, tutto più caro del previsto?».
          Anche Tiziana apre il portafogli senza esitazioni: «Domani potrei avere bisogno io di una colletta». Sotto Natale ha fatto il primo acquisto rateale della sua vita. «Si sono rotti assieme frigo e lavatrice. In casa mia entrano due stipendi e mezzo, eppure anche con 2500 euro al mese non ce l´abbiamo fatta a pagare in contanti». Lo ha fatto volentieri? «Per niente. Adesso oltre al mutuo della casa ho anche le rate. Le mie spese sono sempre più fisse, non ho libertà. Fino a due anni fa mi sentivo nella classe media: ho cambiato, anche se non so dove sono finita».
          Semplice: in quella degli indebitati. Categoria ospitale: quasi il 9 per cento di nuovi arrivi nell´ultimo anno, debito medio di ogni famiglia del club: 2360 euro. Vite a credito, denaro in prestito che però non finisce più nel solido mattone, dove prima o poi si può andare a ripescarlo, ma svanisce in beni di uso quotidiano. Le finanziarie del credito al consumo esultano e cercano di spacciare il fenomeno come un sintomo di modernizzazione: «Cala il sospetto, è finita la vergogna». Ma qualcosa non torna. Gli acquisti finanziati aumentano, eppure i consumi calano. L´apparente nonsenso ha una sola spiegazione: gli italiani sono costretti a comprare a rate ciò che prima preferivano pagare in contanti.
          Ma se è un obbligo è patologia, non fisiologia del consumo. L´ottimismo ammiccante e peloso delle réclame dei mobilifici («Compra ora! Paga tra un anno!») promette un sogno che nessuno può onestamente mantenere: comprare coi soldi che non hai. Quando cade l´illusione, quando quelle siglette oscure (Tag, Taeg?) in corpo 6 negli annunci pubblicitari si rivelano per quello che sono, mostriciattoli esosi e impazienti, le conseguenze possono essere drammatiche. Aveva ragione il dottor Samuel Johnson: i debiti non sono solo un inconveniente, sono anche una sciagura. Di rate si può morire, o almeno cercare di farlo come è successo neanche due settimane fa a Lorenza di Pesaro, angosciata dalle cambiali della lavatrice e della camera da letto. L´ha salvata il figlio di sette anni, che aveva sentito mamma fare «discorsi strani» e ha avvertito papà prima che la manciata di ansiolitici facesse effetto.
          No, non è che gli italiani hanno superato il tabù dei debiti, l´onta atavica del chiedere. «È che non c´è altra scelta», spiega da Carbonia Loriana Pitzalis, categoria a rischio: insegnante divorziata con figli. «Io le strade alternative lo ho provate tutte: cessione del quinto dello stipendio, mutuo casa, d´estate qualche stanza a Bed&Breakfast, ma non basta. Il direttore della banca è un amico, mi ha telefonato: Loriana, sei in rosso da mesi, che facciamo? Che dovevo fare? Ho chiesto un prestito di 3 mila euro a una finanziaria esosissima per saldare lo scoperto, perché mi vergognavo un po´, e ora sono messa peggio di prima. È una corsa senza fine».
          Nel pozzo della rata si sprofonda senza accorgersene. Tiziana Golinelli è un´impiegata ospedaliera di Bologna, anche lei separata, anche lei con figlia a carico: «Prima qualche scoperto. Poi un fido di 2000 euro: esaurito. Allora carta di credito, ma paghi tutto il mese dopo. Adesso questa nuova carta che mi presta 1100 euro, ma ho esaurito anche quelli». Si chiama revolving card, è l´ultima trovata del sistema creditizio per dare un nuovo nome alla vecchia cosa: indebitarsi. Funziona come il serbatoio di un´auto a noleggio: te lo danno pieno, tu lo vuoti, ma se vuoi ripartire lo devi riempire e alla fine lo devi restituire pieno, anzi di più: con tassi di interesse insopportabili, mica noccioline. Eppure quasi 7 milioni di italiani hanno già in tasca la revolving. «Mi sento prigioniera. La mia busta paga è già spesa prima ancora di finire sul conto. Avevo fatto i conti con i prezzi del 2000, non con quelli di oggi. Hanno cambiato le regole del gioco mentre giocavo».
          E nel gioco delle rate, perdere una mano è perdere tutta la partita. «Lei penserà che io sia un incosciente?» esordiscono i padri di famiglia allo sportello dello Snarp, il sindacato dei protestati. Titubanti, mortificati. «Non s´attentano neppure a chiamare il nostro numero verde, si confidano solo di persona», riferisce Francesco Petrino, il presidente. Marco, 45 anni, impiegato ministeriale, è uno di loro. Ha scoperto, affranto, di essere finito nella lista nera dei «cattivi pagatori». «Volevo comprare la cucina a rate: rifiutato. Allora mi sono ricordato di quella rata del motorino di mio figlio che pagai con due mesi di ritardo perché avevo avuto spese straordinarie. Però la pagai. Sono a posto. Ma nessuno mi fa più credito, ora devo scegliere tra il dentista e le scarpe, non è umano». Tutto perché il suo nome è nella banca dati del Crif di Bologna, cajenna degli «insolventi», faccia nascosta e molto meno garrula del «Paga quando vuoi!», in cui è facilissimo entrare e difficilissimo uscire. «Negli ultimi due anni abbiamo trattato oltre 1500 casi così», rivela Petrino, «nel bienno precedente solo cinquanta. Non è possibile che sia cresciuta l´imprevidenza degli italiani, è successo qualcosa».
          L´inflazione è come il gioco del cerino: il produttore la passa al bottegaio, il bottegaio al cliente, e il cliente? S?illude di passarla alle banche, dilazionando i pagamenti. «Le famiglie a reddito fisso si sono trovate impreparate di fronte al calo del potere d´acquisto», spiega Walter Nanni, sociologo della Caritas, «la reazione è stata incerta, hanno tentato di mantenere il tenore di vita precedente, modificando le quantità ma non la qualità dei consumi, intanto è saltata la programmazione dei debiti e s´è innescata la spirale degli interessi passivi».
          Sono povere, le famiglie a rate? Nanni le definisce «portatrici sane» di rischio-povertà. Illustri analisti, sui giornali, fanno spallucce: debiti sì, ma tanti hanno la casa in proprietà, il patrimonio c´è, non si va in rovina. Sì, ma con la casa non si fa la spesa al supermercato. «Se mi lamentassi sarei da prendere a calci nel sedere. Ma per la prima volta in vita mia ho comprato la macchina a rate», confessa Paolo, bancario da 27 anni, «L´ho fatto perché non ho fiducia nel futuro. Proprio così: preferisco fare qualche debito e avere da parte un gruzzoletto per ogni evenienza».
          Spostare le spese nel futuro per sfiducia nel futuro: non è un´assurdità. È che le rate di oggi non sono come le rate consumiste degli anni Sessanta, quando anche l´operaio-massa era ottimista, cioè un viatico per l´agiatezza da esibire con orgoglio come la Seicento fiammante. Le rate d´oggi sono il paracadute di chi prova a frenare la caduta nel precipizio dei bassi consumi. In pochi anni l´Italia dei Bot-people è diventata l´Italia del bollettino postale mensile. Paradosso di un paese che ha bene o male rimediato i suoi dissesti pubblici a spese di quelli privati: «La riduzione del debito pubblico negli anni Novanta ha risanato le casse dello Stato ma ha impoverito le famiglie che da Bot e Cct ricavavano un reddito complementare non trascurabile», spiega limpidamente Paolo Bosi, economista alla facoltà «Marco Biagi» di Modena. Buttati nello scivolo dei fondi comuni, giocati e persi alla roulette delle azioni e delle obbligazioni, quei soldi smagriti sono tornati solo in parte al mattone. «Non tutti i ragazzi di oggi erediteranno appartamenti», conclude Bosi, «anche molti figli della classe media dovranno ripartire da zero. La prossima può essere la generazione degli esclusi».
          (2-continua)