“Inchiesta” Azionisti o soci? (3/b)

07/10/2005
    giovedì 6 ottobre 2005

    pagina 11

    "Inchiesta"

      CAPITALISMO

        Azionisti o soci? Il rischio di stare in Borsa

          Il caso Unipol ha fatto esplodere la polemica sulle «scatole cinesi»

            P. A.

              Il caso della scalata dell’Unipol e del gruppo di cooperative che sostiene la compagnia assicurativa bolognese attraverso Holmo e Finsoe ha suscitato una vivace polemica estiva. Si è parlato di questione etica o morale (spesso i termini si confondono volutamente), di ingerenze politiche improprie: le dichiarazioni dei vari leader dei partito, da Fassino a Rutelli, passando per Parisi e Foa e ovviamente per D’Alema. Ma la questione più interessante che è venuta alla luce è stata anche quella più trascurata, fatte alcune lodevoli eccezioni rappresentate in particolare dai dibattiti del Corriere della sera e del Sole 24 ore. La questione è molto semplice: le cooperative, che in questi anni sono cresciute e che ormai rappresentano circa l’8% del Pil nazionale, devono trasformarsi in Spa per poter partecipare al gioco del mercato? E, conseguentemente: quando una coop diventa forte, sarà per sempre omologata al sistema? Su questo tema, molto sentito nel movimento cooperativo e di interesse anche più generale, Marcello Messori, economista, docente a Tor Vergata e responsabile della sezione scienze sociali della Fondazione Di Vittorio, ha lanciato una sua provocazione. Nessuno nega alle cooperative di crescere e competere sul mercato, spiega Messori. Anzi la loro crescita e il loro consolidarsi rappresentano uno dei pochi tratti positivi di questo periodo di crisi. Il problema nasce piuttosto quando una società quotata in Borsa viene controllata da un gruppo di cooperative come succede per Unipol, con un sistema che diventa molto simile a quello delle cosiddette «scatole cinesi», che tanto si criticano per il capitalismo «normale». La struttura piramidale che si crea in questi casi, è il timore di Messori, rischia di avere effetti deleteri dal punto di vista del controllo dei manager, della trasparenza e della «contendibilità» dell’azienda. Una struttura tipo quella dell’Unipol, società per azioni quotata in Borsa, ma controllata da holding a loro volta controllate da un gruppo di cooperative, rischia di creare una struttura chiusa, non scalabile. La proposta di Messori, dunque, non è quella di trasformare tutte le cooperative esistenti in Spa, ma di trasformare in Spa le cooperative che controllano società quotate in Borsa.

                A Messori, che è stato intervistato su questo tema da Franco Locatelli sul Sole 24 ore (Locatelli ha firmato anche un editoriale sulle similitudini tra le coop e le public company), ha risposto Massimo Mucchetti sul Corriere della sera. «La governance delle coop – scrive Mucchetti – non si risolve, come pure è stato fatto, invocando per Unipol lo stesso grado di contendibilità di Bnl: Unipol è una spa quotata con un socio che ha la maggioranza dei voti, la Finsoe, esattamente come la gran parte delle società trattate al listino». Non si tratta quindi, secondo Mucchetti, di obbligare le cooperative a trasformarsi in Spa, quanto piuttosto di affrontare seriamente il problema della responsabilità dei capi delle cooperative.

                  Anche Alberto Zevi, responsabile del Centro studi della Lega delle coop, e amministratore delegato della Cfi, compagnia finanziaria industriale, non capisce l’obiezione di Messori, che potrebbe allora paradossalmente essere estesa anche a grandi imprese come la Fiat, una Spa che è controllata dalla famiglia Agnelli attraverso un accomandita. Anche la accomandita si dovrebbe trasformare in Spa per poter quotare Fiat in Borsa? E il discorso si potrebbe allora estendere anche a molti altri casi, come per esempio la società di Pininfarina. Sarebbe anche interessante, suggerisce Zevi, andare a vedere che cosa succede all’estero, dove le cooperative sono molto sviluppate. In Francia, per esempio, il Credit Agricol è una banca quotata in Borsa, ma il 51% è nelle mani delle cooperative, che non sono state trasformate in Spa e non sono a loro volta quotate.

                    Quasi tutte le aziende italiane, argomenta ancora Zevi, sono di proprietà di una persona o di famiglie a cui non si chiede ovviamente di trasformarsi in Spa. Per quanto riguarda infine il problema della contendibilità, si può tranquillamente affermare che Unipol è come la Bnl, ovvero è scalabile. Dal punto di vista delle regole, Finsoe e Holmo potrebbero decidere di vendere azioni Unipol, così come si vendono azioni Bnl. Ma le cooperative – assicura Zevi – non hanno nessuna intenzione di vendere.

                      scheda
                      DIFFERENZE TRA SPA E COOP

                      Il capitale sociale di una Spa appartiene ai soci, che pesano secondo le rispettive quote azionarie. Il voto vale in percentuale e gli utili vengono ripartiti tra i soci. Anche in una Coop il capitale sociale appartiene ai soci, ma il principio delle votazioni è diverso perché si applica il sistema di «una testa, un voto». Si fissa una quota minima per la partecipazione dei soci al capitale. Anche le società possono avere quote del capitale di una cooperativa, ma possono avere al massimo 5 voti in assemblea, a seconda degli statuti delle singole Coop. A differenza delle Spa, nelle Coop gli utili non sono trasferibili ai soci, vanno tutti a «riserva» e creano quindi il patrimonio della società che lo usa per svolgere le sue normali attività o lo investe in fondi speciali. Quando una cooperativa si scioglie il patrimonio finanziario non va ai soci, ma a un fondo del Ministero, cioè allo Stato, che poi lo gira di nuovo al mondo delle cooperative.