Incentivi legati ai contratti collettivi

16/01/2004

ItaliaOggi (Diritto & Fisco)
Numero
013, pag. 27 del 16/1/2004
di Daniele Cirioli


Circolare del ministro Maroni illustra la novità introdotta dalla riforma del mercato del lavoro.

Incentivi legati ai contratti collettivi

Agevolazioni a commercio e artigianato se si applicano i Ccnl

Le imprese artigiane, commerciali e del turismo non hanno titolo ad agevolazioni se non osservano la contrattazione collettiva per i propri dipendenti. Il vincolo è limitato a un solo contratto collettivo (nazionale, regionale, territoriale, aziendale), siglato da organizzazioni sindacali più rappresentative sul piano nazionale, e solamente per le parti economica e normativa. L’individuazione delle imprese (in particolare per quelle commerciali e turismo) deve avvenire ai sensi del codice civile (articolo 2195), tenendo conto della natura dell’attività effettivamente svolta dall’impresa. È quanto precisa la circolare n. 4 firmata ieri dal ministro del lavoro, Roberto Maroni, recante alcune disposizioni interpretative a novità della legge n. 30/03 (delega di riforma del lavoro).

Vincolo Ccnl. La legge 30/03, in vigore dal 13/3/03, oltre alla delega per la riforma del mercato del lavoro, ha introdotto alcune modifiche normative, tra cui questa oggetto di chiarimenti del ministro del lavoro e che dispone il vincolo al rispetto degli accordi e/o contratti collettivi alle imprese artigiane, commerciali e del turismo per la fruizione di incentivi normativi e contributivi (art. 3 dl n. 71/93). La nota spiega che la novità ha un’applicazione generalizzata a ogni tipo d’incentivo normativo e contributivo, presente e futuro, ed è precetto di portata assorbente di altre norme di contenuto analogo (per esempio, art. 36 legge n. 300/70).

Circa i Ccnl da rispettare, il vincolo vige limitatamente alle parti economica e normativa, e non anche a quella obbligatoria quale potrebbe essere l’obbligo all’adesione a enti bilaterali, in quanto ciò sarebbe in contrasto con il principio costituzionale della libertà sindacale. Il vincolo, inoltre, potrà riguardare l’applicazione di uno dei contratti collettivi tra quelli indicati dalla legge, purché stipulato da sindacati più rappresentativi sul piano nazionale. Infine, la nota precisa che per l’individuazione delle imprese, se pochi problemi si riscontrano per le imprese artigiane (definite dalla legge), per quelle commerciali e del turismo, piuttosto che tener conto del loro inquadramento previdenziale, bisogna far riferimento ai criteri del codice civile (art. 2195) e all’attività effettivamente svolta. (riproduzione riservata)

ItaliaOggi pubblica la circolare del ministero del lavoro n. 4 del 15/1/2004 in materia di: ´Modifica dell’art. 3 del decreto legge 22 marzo 1993, n. 71 (art. 10, legge 14 febbraio 2003, n. 30)’

L’art. 10 della legge 14 febbraio 2003, n. 30, ha novellato l’art. 3 del dl 23/3/1993, n. 71, convertito dalla legge 20/3/1993, n. 151, stabilendo che ´per le imprese artigiane, commerciali e del turismo rientranti nella sfera di applicazione degli accordi e contratti collettivi nazionali, regionali e territoriali o aziendali, laddove sottoscritti, il riconoscimento di benefici normativi e contributivi è subordinato all’integrale rispetto degli accordi e contratti citati, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale’.

Viste le dense implicazioni della novella, e data la rilevanza della materia, si ritiene necessario fornire alcune disposizioni interpretative dell’articolo richiamato.

Campo di applicazione dell’art. 3 del dl 23/3/1993, n. 71, nuovo testo

La novella di cui all’art. 10 della legge 14/2/2003, n. 30, estende il campo di applicazione dell’art. 3 del dl 22/3/1993, n. 71, rendendolo norma di applicazione generalizzata a ogni tipologia di incentivo normativo e contributivo, presente o futuro, oltre che precetto di portata assorbente rispetto ad altre disposizioni di contenuto analogo. In questo senso, per i settori dell’artigianato, del commercio e del turismo, la disciplina di cui all’art. 10 della legge 14/2/2003, n. 30, assorbe perciò anche l’art. 36 della legge 20/5/1970, n. 300, che pure subordina, ma con formulazione meno stringente e dettagliata, l’applicazione di incentivi e benefici pubblici al rispetto dei contratti collettivi di lavoro della categoria o della zona.

Ciò, in primo luogo, in quanto la nuova formula dell’art. 3 del dl 22/3/1993, n. 71, non opera più un riferimento testuale ai benefici di cui agli artt. 1 e 2 del medesimo decreto, in materia di sgravi contributivi per il Mezzogiorno e fiscalizzazione degli oneri sociali che, tra l’altro, non sono più operanti ormai da alcuni anni, in quanto non reiterati dalla legislazione successiva.

Depone poi in questo senso anche la lettera dell’art. 10, nuovo testo, che subordina, con riferimento alle imprese artigiane, commerciali e del turismo rientranti nella sfera di applicazione degli accordi e contratti nazionali, regionali e territoriali o aziendali, là dove sottoscritti, il generico riconoscimento di benefici normativi e contributivi, all’integrale rispetto degli accordi e contratti citati.

Il problema dell’integrale rispetto degli accordi e contratti collettivi ai fini del godimento dei benefici normativi e contributivi

La locuzione ´integrale rispetto degli accordi e contratti’ (contenuta nel nuovo testo dell’art. 3 del dl 22/3/1993, n. 71, in luogo dell’originaria espressione ´integrale rispetto degli istituti economici e normativi stabiliti dai contratti collettivi di lavoro’) subordina il riconoscimento dei benefici economici e contributivi all’integrale applicazione della sola parte economica e normativa degli accordi e contratti collettivi, e non anche della parte obbligatoria di questi ultimi. Se intesa nel senso di imporre l’applicazione anche dalla parte obbligatoria del contratto collettivo, tra cui, in particolare, l’obbligo di adesione agli enti bilaterali, la disposizione di cui all’art. 10 della legge 14/2/2003, n. 30, risulterebbe infatti in palese contrasto con i principi costituzionali di libertà sindacale, e di libertà sindacale negativa in particolare (di cui all’art. 39 Cost.), oltre che con i principi di diritto comunitario della concorrenza.

Anche anteriormente alla novella di cui all’art. 10 della legge 14/2/2003, n. 30, erano insorti alcuni contrasti interpretativi sulla riferibilità del precetto di cui all’art. 3 del dl 22/3/1993, n. 71, alla sola parte normativa del contratto collettivo, ovvero anche alla cosiddetta parte obbligatoria, quantomeno in relazione a quelle clausole dei contratti collettivi che impongono l’iscrizione e la relativa contribuzione agli enti bilaterali. La questione in quell’occasione era stata risolta dalla giurisprudenza di Cassazione, la quale aveva ritenuto che le clausole prevedenti l’adesione ai suddetti enti non rientrano né tra gli istituti di parte economica né tra gli istituti di parte normativa della contrattazione collettiva di riferimento, dovendo, invece, considerarsi come clausole contrattuali meramente ´obbligatorie’, destinate come tali a impegnare esclusivamente le parti contraenti.

Tale interpretazione deve ancora oggi ritenersi vincolante, in quanto, tra le molteplici letture della lettera della legge, deve senza dubbio ritenersi vincolante quella coerente con i principi e le disposizioni costituzionali in materia di libertà sindacale.

Il problema del contratto collettivo applicabile

Anche l’espressione accordi e contratti collettivi nazionali, regionali e territoriali o aziendali, ´stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale’ deve essere letta alla luce dei principi di libertà e pluralismo sindacale contemplati nella Carta costituzionale. L’accesso ai benefici potrà perciò essere condizionato unicamente all’applicazione di uno dei contratti collettivi che, in un determinato settore produttivo o ambito territoriale, è stato stipulato da organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

Classificazione delle imprese

Quanto all’individuazione dell’ambito di applicazione soggettiva dei benefici, mentre il dl 22/3/1993, n. 71, si riferiva unicamente alla nozione di impresa artigiana, che è espressamente definita dal legislatore, la nuova formulazione estende il raggio di applicazione della norma alle imprese commerciali e del turismo, rispetto alle quali, invece, non è sempre presente una definizione legale di portata generale. La conseguenza è che l’ambito di applicazione dei benefici previsti dalla nuova disciplina potrebbe risultare integralmente rimesso agli accordi e contratti collettivi e, dunque, ad atti di autonomia negoziale privata.

Secondo un costante insegnamento della Cassazione, però, la classificazione delle imprese ai fini previdenziali e assistenziali ovvero ai fini del godimento di incentivi, della fiscalizzazione degli oneri sociali o dell’ammissione alla cassa integrazione guadagni deve avvenire alla stregua di criteri oggettivi e predeterminati che non lascino spazio a scelte discrezionali o a processi di autodeterminazione normativa: in questi casi, pertanto, per determinare l’ambito di operatività dei benefici concessi alle imprese commerciali e del turismo occorrerà far riferimento alle disposizioni di cui all’art. 2195 cod. civ. e, comunque, tener conto della natura dell’attività effettivamente svolta dall’impresa. Naturalmente, l’inquadramento ai fini previdenziali ovvero ai fini del godimento di determinati benefici connessi alla fiscalizzazione degli oneri sociali non può essere ritenuto vincolante per il datore di lavoro, nel senso di imporgli l’applicazione di una contrattazione collettiva corrispondente alla stessa attività considerata ai suddetti fini: l’applicazione dei contratti collettivi, in questa prospettiva, costituisce quindi nient’altro che un onere per il datore di lavoro, al fine di poter fruire dei benefici economici previsti dalla legge.