In viaggio con Cofferati, il Cinese va alla guerra

25/05/2001


La Stampa web


 
 



In viaggio con Cofferati, il Cinese va alla guerra
Attacco a D’Amato. «E con Berlusconi opposizione dura»
INTERNI Venerdì 25 Maggio 2001

personaggio
Federico Geremicca
inviato a REGGIO EMILIA

ALLA compagna Antonella Spaggiari, tostissimo sindaco di Reggio Emilia, luccicano gli occhi mentre dalla platea e dai palchi dorati è tutto un coro e un battimani come quasi non se ne vedono più. Il suo, quello della compagna Antonella, intendiamo, è uno dei pochissimi nomi della possibile «squadra» di governo che Francesco Rutelli annunciò a pochi giorni dal voto del 13 maggio: «E’ bravissima, sarà ministro con me», disse il candidato premier. Adesso, invece, adesso che sono le 11 del mattino di un giovedì afoso anche qui a Reggio, il sindaco Spaggiari è lì, in prima fila nel Teatro Valli, a coccolare e circondare d’affetto Sergio Cofferati, sommerso dagli applausi del popolo Cgil. Sarebbe un buon segretario, per la povera Quercia che perde foglie e rami, questo leader sindacale dai modi gentili e dall’ira fredda? Il volto della compagna Spaggiari si illumina di colpo: «Io sarei felice, felicissima, perché Sergio è un riformista vero. Ma non basta né la mia felicità né l’eventuale accordo del partito. E’ lui che deve aver voglia di farlo. Perché io non so se lei conosce Cofferati: non esiste nessuno che possa convincerlo a fare qualcosa che lui non voglia fare». E allora: che cosa vuole fare Sergio Cofferati? Scoprirlo non sarà facile: ma questo giovedì, giorno in cui «il Cinese» diserta l’assemblea di Confindustria preferendole bagni di folla prima a Reggio Emilia e poi a Firenze, è forse l’occasione giusta per cercare di sondarne progetti e intenzioni. Una prima intenzione emerge chiarissima, sia dalle cose che dice dalla tribuna del Teatro Valli (dove festeggia i cento anni della Camera del lavoro di Reggio) sia dalla lunga chiacchierata che si svolge in auto mentre cerchiamo – alla fine invano – di raggiungere Imperia per un ultimo saluto ad Alessandro Natta: quella che Cofferati condurrà al governo Berlusconi sarà un’opposizione dura, senza quartiere, strada per strada e casa per casa, si direbbe, se si trattasse di una guerra e non di uno scontro politico-sindacale. La seconda cosa che emerge non è un’intenzione ma un’ovvia constatazione: per adesso, e forse non per breve, è lui il capo dell’unica opposizione che Berlusconi teme davvero. Col centrosinistra in pausa di riflessione e riorganizzazione, con i numeri che nelle aule parlamentari sono quelli che sono, è solo dalle piazze, dai movimenti di lotta sindacali che possono arrivare – precisamente come nel 1994 – gli unici pericoli seri per il governo del Cavaliere. Dal palco del Teatro Valli, mentre quattrocento chilometri più a Sud Antonio D’Amato sta parlando a politici e industriali, invitando il nascente esecutivo a «scelte impopolari», «il Cinese» detta con freddezza le sue condizioni: «Se il governo intende assecondare le richieste avanzate da Confindustria a Parma, sappia che troverà la Cgil sulla sua strada. Se attaccheranno il sistema della scuola pubblica, ci troveranno contro. Con la sanità sarà lo stesso. E sulle politiche del lavoro anche, se i progetti del governo fossero quelli illustrati a Parma». Nel lungo e vano viaggio verso Imperia, il giudizio sarà ancor più duro. Per telefono il suo vice, Epifani, lo informa delle cose dette da D’Amato a Roma: per Cofferati non riservano alcuna novità. Anzi: la sensazione è che qualunque cosa avesse detto il presidente di Confindustria sarebbe stata comunque guerra. «C’è una correzione di toni e D’Amato non sbatte più i pugni, come qualche mese fa, perché ora si sente tranquillo e vuol presentare il volto sereno di una Confindustria di governo – dice “il Cinese” -. Ma è proprio questa nuova forma di collateralismo che può creare sia a D’Amato che soprattutto a Berlusconi problemi seri: a me pare un’istigazione al masochismo. Il premier designato si dice pronto a scelte impopolari? Benissimo: l’importante è che sappia quali saranno le conseguenze». Dei toni più morbidi di D’Amato, insomma, non gli importa nulla: «Per ripresa del dialogo sociale intende che ci sediamo allo stesso tavolo per decidere come io mi devo suicidare. Non ci siamo. E anche l’espressione usata a Roma, quel chiedere a Berlusconi “scelte impopolari”, non la capisco: mi pare riveli un atteggiamento psicologico punitivo». L’auto fila veloce verso la Riviera ligure. Con Cofferati ci sono il fido portavoce Gibelli e la segretaria Magda, uno di quegli angeli custodi che sorveglia, vede e poi provvede. Con un improvviso cambio di programma, «il Cinese» ha deciso di andare, prima che da Reggio Emilia a Firenze, da Reggio Emilia a Imperia, dov’è la camera ardente del povero Natta. Un incidente e una lunga coda impediranno al capo della Cgil di arrivare in tempo fin lì: e fotografi e cineoperatori non immortaleranno, dunque, la salma di quello che è stato definito l’«ultimo segretario» vegliata dall’uomo che molti vorrebbero come nuovo segretario. «Lasci stare, non insista: di politica non parlo», dice Cofferati gelando la curiosità. Ma c’è modo e modo di parlare di politica. E modo e modo per mandare messaggi: magari oscuri ai più, ma chiarissimi ai pochi ed individuabili destinatari. Segretario, è d’accordo con chi dice che è lei, per ora, il capo vero dell’opposizione? «A volte capita, al sindacato, di trovarsi in situazioni così. Non spesso, ma accade. Mi torna in mente il ‘94. Allora, per tanti motivi, il sindacato assolse a un ruolo di esplicita supplenza, e non è un bene. Ricordo gli scioperi e le manifestazioni dell’ottobre e del novembre. E poi la crisi del governo Berlusconi. Io ero segretario da pochi mesi e i partiti del centrosinistra erano in difficoltà, uscendo dalla doppia sconfitta delle elezioni politiche e poi delle europee. Per tanti motivi, insomma, in campo c’eravamo solo o soprattutto noi. D’Alema era stato eletto segretario addirittura dopo di me. Ricordo che lo votai…». Meglio non provare nemmeno a chiedere se lo voterebbe ancora. Note a tutti, infatti, sono le polemiche che lo divisero dal D’Alema presidente del Consiglio in materia di lavoro e modernità, di diritti e di flessibilità. Si sentì dare del «conservatore». Si sentì chiamare «dottor Cofferati». Molti giurano che quella frattura non si è mai più sanata. Alle due del pomeriggio è chiaro che l’ultimo saluto del «Cinese» ad Alessandro Natta non ci sarà. Centinaia di Tir in coda per un incidente bloccano l’autostrada verso Imperia. Sergio Cofferati è dispiaciuto, addenta controvoglia un panino in un autogrill. «Oggi, rispetto al ‘94, il centrosinistra sta meglio: l’alleanza tra sinistra e centro ha una prospettiva, la Margherita ha ottenuto un eccellente risultato… Certo, ci sarà da fare opposizione. Non so se il “dottor Cofferati” potrà esser d’aiuto, o se lo può essere questo sindacato conservatore. Però non si sa mai. Io aspetto. E sono curioso di vedere, per esempio, se le questioni per le quali venimmo definiti conservatori ora non diventino, per caso, argomenti di battaglia di un centrosinistra in cerca di riscossa». Il problema è: chi guiderà questa battaglia? Francesco Rutelli, certo, una volta che le vicende della Margherita saranno risolte e che i Ds si saranno rimessi in piedi dopo il colpo elettorale. Ma appunto: chi rimetterà in piedi il partito dei Ds? Lui, «il Cinese», è lì: a portata di mano, se solo volessero e se anche lui volesse. Lui è lì: ipotesi, contemporaneamente, di una possibile riscossa e di una resa senza condizioni. Gli eredi del Pci, i figli e i nipoti di quel Natta cui Cofferati ieri ha cercato invano di dire addio, sembrano esser di fronte a un passaggio assolutamente imprevedibile: decidere se scegliere il proprio capo fuori dal partito. Questo rappresenterebbe – cioè, una resa – l’eventuale investitura del «Cinese» per quel che resta del Pci di Togliatti e Berlinguer. Cofferati lo sa e dunque rinvia, aspetta, chiede tempo: incerto se correre il rischio o aspettare un tempo migliore. Per intanto, se ne sta lì: non certo acquattato, ma di sicuro un po’ defilato. «Da qualche anno – commenta soddisfatto – gli iscritti alla Cgil hanno ripreso a crescere. Ora siamo oltre i 5 milioni e trecentomila. Un italiano su dieci, insomma, ha nelle tasche la tessera della Cgil». Un esercito sterminato, dunque. Solo a volerlo, una base di possibile consenso senza uguali. Soltanto qui, nella piccola Reggio Emilia, «il Cinese» conta 106 mila iscritti: e in tanti sono accorsi ad ascoltarlo nella festa del centenario della Camera del lavoro. Lo stringono, lo toccano e lo colmano d’affetto: chissà se per paura che il partito lo porti via oppure, al contrario, speranzosi che ripeta con la Quercia il mezzo miracolo già fatto con la Cgil. Poco lontana dalla ressa che cinge Cofferati, se ne sta in disparte Maida Guerzoni, diessina e incaricata di tenere i rapporti con la stampa per quella macchina da guerra che è la Cgil emiliana. «Bella manifestazione – dice – guarda quanta gente». Poi, s’intristisce appena appena: «La verità – sussurra – è che dobbiamo cercarci un segretario…», e non si capisce se parla della Quercia, il suo partito, o della Cgil, per cui lavora. Ma intanto Cofferati ha ormai finito. L’auto col «Cinese» sgomma e si avvia. Nessuno sa in che direzione…

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