In un libro l’atto d’accusa di Cofferati: la sinistra ci ha lasciati soli

04/10/2002



4 ottobre 2002

Una nuova prefazione al saggio A ciascuno il suo mestiere : sono caduti nella trappola berlusconiana

In un libro l’atto d’accusa di Cofferati: la sinistra ci ha lasciati soli


«Contro il collateralismo tra governo e Confindustria non basta limitarsi a resistere»

      MILANO – Dev’essere a Massimo D’Alema, e magari a Piero Fassino, che pensa quando parla delle «forze del centrosinistra» cadute «nella trappola berlusconiana»: «Mentre lui», leggi Silvio Berlusconi, «continua a dire che la sinistra in Italia non è ancora democratica, loro si affanneranno a dimostrare di esserlo e il centrodestra attuerà il suo programma nel modo più rapido e unilaterale». Dev’essere. Ma poi dev’essere anche che si mischiano senso dell’opportunità e una dose di pudore, tutto sommato è un suicidio quello che sta descrivendo, e allora l’affondo di Sergio Cofferati non arriva ai nomi e cognomi. Quelli, belli chiari o comunque più facilmente identificabili, sono per gli avversari conclamati. Berlusconi, il Polo e i «grandi demagoghi» di Palazzo Chigi. «I loro colleghi» della Confindustria (epoca Antonio D’Amato). In qualche caso la Cisl e la Uil. Sergio Cofferati, versione «quadro» Pirelli, atto primo. Non è più il segretario della Cgil. E più che mai un leader politico. E da leader fa la mossa d’esordio fuori dal sindacato. Prende il saggio scritto nel ’97, A ciascuno il suo mestiere , e intanto approfitta del fatto che era ormai esaurito e con i diritti scaduti per mollare la berlusconiana Mondadori in favore di Baldini & Castoldi. Dopodiché, al ritorno in libreria (dall’8 ottobre) affida il suo «manifesto». Di opposizione. E per l’opposizione. Quel centrosinistra, quell’Ulivo accusati di non aver capito. E di aver così lasciato, anche dopo la vittoria berlusconiana del 2001, la Cgil e i lavoratori «ancora una volta da soli di fronte al centrodestra, da soli a opporci alle azioni del governo contro le conquiste sociali degli ultimi anni: anche questa volta, come nel ’94».
      E allora, punto primo: «Non è sufficiente chiamarsi fuori. E neppure limitarsi a resistere», scrive l’ex leader Cgil. Non è sufficiente perché quello che vediamo, il «collateralismo governo-Confindustria», la «divisione sindacale» cui «i demagoghi di Palazzo Chigi e i loro colleghi di viale dell’Astronomia» hanno puntato fin dall’inizio «evocando funzioni nuove per il sindacato (accompagnate da nuove forme di finanziamenti) alle quali Cisl e Uil non avrebbero potuto restare indifferenti», bene, tutto questo per Cofferati è solo la punta di «un disegno di arretramento complessivo delle condizioni di vita dei lavoratori di questo Paese», di «un cambiamento delle caratteristiche della convivenza e del patto sociale tra cittadini su fisco, istruzione, sanità».
      E dov’era, dov’è la sinistra? A occuparsi d’altro, accusa il Cinese. A muoversi verso «la trappola». Ad agevolare il centrodestra «nel suo programma», da attuare «occupando tutti i posti e gli spazi». Racconta, l’ex segretario Cgil, di aver temuto questo, subito dopo le elezioni 2001. Uno: che «il centrosinistra, sconfitto nel momento in cui giustamente voleva consolidarsi agli occhi dell’opinione pubblica come forza di governo, non avrebbe reagito rafforzando la sua capacità di opposizione ma, al contrario, accentuando un’immagine di forza responsabile e dialogante». Due: «Che avrebbero finito (i partiti dell’Ulivo e i Ds in testa) con il ricercare spazi per trattative e accordi con il governo sulle materie del "suo" programma, invece che rilanciare in fretta un programma alternativo». Errore, dice Cofferati. Gravissimo e che continua. Abbiamo un governo, accusa, che da un lato, «sposando il programma della Confindustria, non vuole varare le riforme necessarie al Paese ma quelle volute dalle imprese», e che dall’altro ricorda «gli Emirati Arabi o l’America Latina: di rado si è osservato tanto scempio del principio della separazione dei poteri, ormai siamo al legislatore che confeziona leggi su misura, siamo non più al conflitto d’interessi ma a una continua e progressiva identificazione fra interessi privati e pubblici». Allora: «La sinistra dovrebbe», di tutto questo, «prendere atto in fretta», e «smettere di pensare che siamo nella normale dialettica democratica tra destra e sinistra perché non è così». La sinistra «dovrebbe rispondere, per parte dell’Ulivo, rafforzando i valori della sinistra e non cercando ogni occasione per annacquarli». La sinistra dovrebbe, poiché «non è sufficiente limitarsi a resistere», decidersi a «mettere in campo una controffensiva politica e sociale. In Parlamento e nelle piazze, come si dice». Girotondi, movimenti,
      no global (da «sottrarre» alle «secche dei fondamentalismi ideologici») e, naturalmente, popolo cigiellino sono già lì. E certo, avverte Cofferati, «a ciascuno il suo mestiere»: «Ma senza dover mai abdicare ai due criteri della competenza e della responsabilità. Non ne vale la pena».
Raffaella Polato