In un anno 685 mila assunti, il 18% sono extracomunitari

13/01/2003





(Del 12/1/2003 Sezione: Economia Pag. 17)
AUMENTA L´OCCUPAZIONE NONOSTANTE LA BASSA CRESCITA DELL´ECONOMIA
In un anno 685 mila assunti il 18% sono extracomunitari
L’inail segnala un boom per alberghi, commercio e costruzioni
Boeri: merito dei contratti flessibili. L’incognita della Fini-Bossi


          ROMA
          Un´economia che non cresce, ma che crea occupazione; e in particolare, che offre una
          discreta fetta di questi posti di lavoro a immigrati extracomunitari. È questa la fotografia
          dell´Italia del lavoro nel 2002 che esce dai dati dell´Osservatorio occupazionale dell´Inail,
          con un totale di oltre 685.000 nuove assunzioni realizzate nel corso dell´anno, di cui quasi
          126.000 destinati a lavoratori provenienti da fuori dell´Unione Europea. Va detto che le
          rilevazioni dell´Inail non sono comparabili con quelle dell´Istat: l´istituto che si occupa
          degli infortuni sul lavoro si limita a registrare – come impone la legge – le denunce effettuate
          dei datori di lavoro ai fini antinfortunistici ogni volta che assumono un lavoratore, anche
          per soltanto un giorno. Dunque, non si tratta di «posti di lavoro», ma di «assunzioni»,
          anche di breve durata, anche se l´indicatore Inail riesce a «pulire» il dato dalle persone
          che cambiano più volte lavoro nel corso dell´anno. In ogni caso, il 2002 ha registrato
          3.190.782 assunzioni a tempo indeterminato e 2.504.973 cessazioni dal lavoro, con un
          saldo positivo di 685.809 unità. Nell’anno hanno cambiato azienda 2.165.429 persone,
          circa il 10% del totale dei lavoratori. Nell´anno, comunque, gli extracomunitari assunti
          nel complesso a tempo indeterminato sono stati 396.054 con un saldo positivo (a fronte
          di 270.193 cessazioni) di 125.861 nuovi posti, circa il 18% del totale. Tra i settori sono
          andati bene i servizi in generale, con un vero e proprio boom dell’occupazione nelle
          attività immobiliari. A fronte di 508.664 assunzioni totali (tra tempo determinato e
          indeterminato) sono state segnalate 461.141 cessazioni dal lavoro con un saldo positivo
          di oltre 47.000 posti.
          Vanno bene per l’occupazione il settore alberghi e ristoranti (oltre 900.000 assunzioni
          totali a fronte di 859.433 cessazioni) e quello del commercio al dettaglio (29.000 nuovi
          posti secondo le segnalazioni all’Inail) mentre si conferma il trend positivo delle costruzioni
          (29.000 posti in più).
          Male invece sono andati il settore tessile con oltre 20.000 posti persi (a fronte di 84.773
          assunzioni le cessazioni nel 2002 sono state 104.591), quello meccanico (1.300 posti persi)
          e dell’industria conciaria (oltre 6.000 posti persi nel periodo). Dati che fanno comunque
          riflettere l´economista della Bocconi Tito Boeri. In primo luogo, il fatto – già segnalato
          dalle rilevazioni Istat – che si creano posti di lavoro anche con un´economia stagnante.
          «È cambiato qualcosa negli ultimi sette anni – spiega Boeri – in primo luogo sono state
          introdotte figure contrattuali più flessibili, cosa che ha permesso a molte aziende, anche
          se la fase economica rallentava, di assumere lavoratori senza la preoccupazione di non
          poter più ridurre gli organici». Un secondo fattore importante è stata l´immigrazione:
          c´è stata in tutta Europa, ma da noi in particolare ha permesso che venissero occupati
          posti di lavoro e mansioni – specie nel Nord del paese – cui gli italiani non erano interessati.
          «Secondo i nostri dati, si tratta di lavoro flessibile: gli immigrati cambiano lavoro ogni sei mesi»,
          afferma Boeri. «E infine – prosegue – il fattore forse più significativo, cioè la moderazione
          salariale: in questi sette anni i salari reali sono cresciuti molto meno della produttività, con una
          caduta di 4 punti percentuali del costo del lavoro per unità di prodotto.
          E questo ha contribuito a incoraggiare le imprese a scegliere investimenti a maggiore intensità
          di lavoro». Ma adesso, potrà continuare il mercato del lavoro italiano a dare risultati ancora
          soddisfacenti? Boeri esprime qualche preoccupazione per il futuro. Sul fronte dei salari,
          le piattaforme rivendicative dei contratti da rinnovare per otto milioni di lavoratori contengono
          richieste molto forti. Sulla flessibilità, ci sono dei limiti sociali oltre che funzionali, e «se la
          crescita dovesse rallentare, o trasformarsi in recessione, verrebbe alla luce il lato negativo della
          flessibilità, ovvero la distruzione di posti di lavoro. E bisogna ricordare che la Finanziaria
          appena approvata ha drasticamente ridotto o ristretto l´accesso al bonus per le assunzioni
          permanenti al Sud, che aveva dato buoni risultati». Infine, l´immigrazione: bisogna valutare
          l´effetto della legge Bossi-Fini, di cui ancora mancano i decreti attuativi.
          «E´ una legge che prescrive una serie di adempimenti molto stretti per le imprese quando
          gli immigrati cambiano lavoro – conclude Boeri – cosa che avviene assai spesso.
          Potrebbe risultarne una tendenza a favorire il ricorso al lavoro nero».

Roberto Giovannini