“In tv” Come scompaiono i ragazzi dei call center

03/02/2005

    giovedì 3 febbraio 2005

    pagina 15

    precari in tv

    Come scompaiono i ragazzi dei call center

    Gabriella Gallozzi

    ROMA «Il 25 aprile? Sì. Ognissanti? Sì. Il primo maggio? Sì. Capodanno? Sì». Sì, sì, sì e ancora sì. Non ci sono giorni liberi per i lavoratori precari. Per quell’esercito di sommersi, invisibili che popolano quella sorta di nuova catena di montaggio che è il call- center. A loro è dedicato e di loro racconta, Sommersi e invisibili, appunto, uno straordinario documentario firmato a quattro mani da Loredana Dordi e Francesca Catarci, in onda stasera (23.30) su Raitre. Un viaggio toccante e senza indulgenze in quel girone infernale che è il mondo dei flessibili e della precarietà, fatto di contratti di pochi mesi che non si sa mai, fino all’ultimo, se saranno rinnovati. Orari massacranti, nessun diritto, neanche ad ammalarsi, neanche a prendere il caffè. E tutto raccontato attraverso una manciata di interviste a chi la vita da precario la sconta sulla sua pelle da troppo tempo, pagando come conseguenza la rinuncia ai diritti basilari: dalla casa («chi ti dà in affitto anche una stanza coi contratti di tre mesi?») alla vita privata («qui nel call-center non c’è spazio per la famiglia, si lavora tutti i giorni e ti chiedono pure di restare oltre l’orario»).

    «Io e il mio ragazzo – dice Marinella, giovane operatrice di call-center – siamo entrambi precari. Vorremmo andare a vivere insieme, ma non si può: nessuna banca è disposta a concederci un mutuo e le case hanno affitti altissimi. Abbiamo ancora dei desideri ma non possono diventare progetti». Come Marinella sono in tanti, tantissimi. E anche non più giovani. C’è infatti chi alla precarietà arriva da grande, magari dopo 15 anni di lavoro «fisso». Carlo a 40, per esempio, è stato «esternalizzato», grazie alla normativa che permette di portare all’esterno alcuni rami d’azienda. Risultato: il suo futuro non prevede che un peggioramento con la prospettiva di entrare nella precarietà del lavoro interinale. «Il lavoro temporaneo – dice Carlo – è non-dignità, è la non possibilità di costruirsi un futuro». E neanche un presente, come testimonia un altro lavoratore di un call-center di una delle tante società di telecomunicazione. «Sono arrivato al punto di dormire solo due ore a notte – racconta – . Ho avuto disturbi nervosi e muscolari. Vuoi che torni a casa la sera e tua moglie non ne può più di vederti nervoso. Vuoi che l’anno scorso un collega si è suicidato. Vuoi che i dirigenti ci chiamano le scimmiette. Noi operatori inchiodati tutto il giorno alle postazioni siamo le “scimmiette”. Ma questi qui, i dirigenti, avranno il coraggio di guardarsi allo specchio?».


    E non è un caso isolato. La disumanizzazione di certi posti lavoro è uno dei temi forti e ricorrenti del film-inchiesta. Già a partire dal linguaggio «imposto». Quasi a mo’ di rap uno dei «testimoni» ci rimanda la sfilza dei «nuovi» vocaboli da usare: codici, cifre, matricole, abi, cab e poi coffee- break per indicare la pausa del caffè, team-leader cioè il «cane da guardia», il «vecchio» capo reparto che controlla se «sfori» coi tempi. «Come se con questi termini – commenta il «testimone» – cambiasse la sostanza del lavoro… E poi questa idea di appartenere tutti ad una grande famiglia… ma quale?». Lo spiega Angela, anch’essa veterana del call-center:«Questa è l’aberrazione del lavoro moderno: ti fanno credere che quella lì dentro è la vita vera; ma la realtà è non c’è più un confine tra la vita privata e il lavoro».