In Sicilia 340mila in nero

03/03/2004



        Mercoledí 03 Marzo 2004
        ITALIA-LAVORO
        In Sicilia 340mila in nero
        Sono giovani e diplomati


        MILANO – Giovane, diplomato, appartiene a un nucleo familiare «protetto» (con almeno un reddito) e lavora prevalentemente in piccole aziende, nel commercio o nell’artigianato. È questo l’ identikit del lavoratore in nero tout court, che emerge dalle indagini campionarie (250 imprese per ogni provincia) condotte da Artha nelle province di Palermo e Caltanissetta, in collaborazione con la facoltà di Economia dell’Università di Palermo. Secondo la ricerca nel complesso i lavoratori in nero siciliani sarebbero 340mila, vale a dire che oltre il 28% dei lavoratori nella provincia di Palermo sono in una situazione di irregolarità mentre a Caltanissetta sono il 21 per cento. Dal quadro registrato da Artha emerge che la "tipica" impresa sommersa è anch’essa giovane (in media 20 anni di attività) con un numero di addetti inferiore a 7 a Caltanissetta, e non superiore a 5 nella provincia di Palermo. Sono aziende unilocalizzate, con bassa propensione a investire e innovare (solo il 18 per cento ha chiesto contributi e agevolazioni) e che operano soprattutto nei settori del commercio (50 per cento circa) e dei servizi vendibili, e si rivolgono essenzialmente al mercato locale e sub-regionale. Hanno, inoltre, una scarsa propensione ad aumentare il numero degli occupati e reclutano il personale nel modo più informale possibile, attraverso cioè reti di conoscenze personali, (81 per cento a Palermo e 87 per cento a Caltanissetta). Emerge poi dall’indagine che il 41 per cento degli intervistati (campione di 570 lavoratori) a Palermo e il 44 per cento a Caltanissetta (615 intervistati) si dichiara soddisfatto dell’occupazione, anche se non regolarizzata, e il 41 e 33 per cento anche della retribuzione.
        Gli irregolari "insoddisfatti" mostrano del resto di vivere la loro condizione in modo rassegnato. L’83 per cento a Palermo e e il 71 per cento a Caltanissetta non fa niente per migliorare la loro situazione e non cerca un’altra occupazione. «Nella realtà locale esaminata avere un lavoro – si legge nel rapporto – anche se irregolare è meglio che non averlo affatto, Così si spiega l’atteggiamento rassegnato».