In piazza per la libertà di stampa Ma la manovra chiude 92 giornali

30/06/2010

Lo spazio per modificare la manovra c’è. «Tra mezz’ora vedo Tremonti e vediamo di convincerlo un po’», sentenzia Umberto Bossi a fine serata in Transatlantico. Se Berlusconi in Brasile si è fatto imbavagliare dal super-ministro smentendosi nel giro di un’ora su possibili aperture alla finanziaria, il senatur non si fa scrupoli a interpretare il ruolo di dominus assoluto sul governo. A tenere banco, almeno per ora, i tagli draconiani a regioni e comuni. I leghisti insistono da giorni per spalmarli sulle regioni del Sud, mentre il Pdl – da Formigoni ai governatori del Mezzogiorno – famuro contro le forbici nordiste agitate dalla Lega. In commissione bilancio i lavori sulla finanziaria procedono a rilento. Gli attesissimi emendamenti del relatore – Antonio Azzollini (Pdl) – si rivelano poca cosa: ci sarà l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne chiesto dall’Europa e l’alleggerimento della stretta contro le pensioni di invalidità. Il timone della manovra è saldamente nelle mani del governo. Oggi Tremonti incontrerà i senatori della maggioranza per fare il punto sulle modifiche «potabili» secondo via XX settembre. La rotta verso il famigerato maxiemendamento scritto fuori dalle aule del parlamento pare ormai segnata, visto il pietoso gioco di melina inscenato da una
maggioranza ormai allo sbando. Domani scioperano i magistrati (contro il congelamento dei loro stipendi deciso dalla manovra) e sempre domani a Roma in piazza Navona dalle 17 e in altre città d’Italia ci saranno manifestazioni per la libertà di informazione contro il ddl Alfano sulle intercettazioni. «No al silenzio di stato, contro tagli e bavagli alla conoscenza e alla cultura», il manifesto dell’iniziativa lanciata dal sindacato dei giornalisti Fnsi a cui, tra gli altri, hanno aderito Cgil, Arci, Legambiente, Articolo21, Mediacoop, Giustizia e libertà, sindacato scrittori, la Federazione delle chiese evangeliche (Fcei) e centinaia di riviste cattoliche; partiti come Pd, Idv, Federazione della sinistra, Verdi, Psi e Sinistra e libertà; il «popolo viola», la Tavola della Pace, l’Udu e la Rete degli studenti medi. A Roma la manifestazione sarà condotta da Tiziana Ferrario e Ottavia Piccolo. Tante le voci si alterneranno dal palco: giornalisti, precari dei call center, sindacalisti, vittime possibili del bavaglio come le famiglie Cucchi e Aldrovandi, Andrea Purgatori che ricorderà il caso Ustica.
C’è una battaglia non secondaria però che si combatte tra lemura di palazzo Madama. Il boicottaggio ai giornali richiesto da Berlusconi Tremonti, com’è noto, l’ha già attuato. Tagliando fino a cancellarli di fatto quasi tutti i contributi diretti e indiretti per i giornali. Grandi e piccoli. No profit e quotati in borsa. Senza padroni e padronali. Un piazza pulita che dietro la demagogia degli sprechi strangola l’edicola a tutto vantaggio dei giornali che hanno le spalle
coperte dalle banche e dalle lobby cementizie o sanitarie. E, ovvio, delle tv: che solo in Italia assorbono ben più della metà degli introiti pubblicitari. In senato ci sono emendamenti virtuosi, seri (all’art. 44), presentati dalla stragrande maggioranza delle forze politiche: Vincenzo Vita e Luigi Lusi (Pd), Alessio Butti (Pdl), Roberto Mura (Lega), Gianpiero D’Alia (Udc). In sostanza chiedono tutti due cose: 1) una tregua fino al 2012 sul diritto soggettivo ai rimborsi per 92 testate di cooperativa, di partito e no profit che altrimenti rischiano di non chiudere i bilanci licenziando 4.500 persone tra giornalisti e poligrafici; 2) una vera riforma dell’editoria, da fare entro sei mesi, che garantisca «maggior rigore nei criteri di accesso e di assegnazione dei contributi». E i soldi? All’appello mancano 100 milioni di euro. Magli emendamenti fanno proposte credibili, che si autofinanziano o aumentano i ricavi dello stato.
La prima: per distinguere i giornali veri da quelli finti l’unica strada è un tetto legato al numero di dipendenti assunti a tempo indeterminato. Attualmente il sistema prevede solo il nesso con la tiratura e così ci sono giornali senza firme che ricevono milioni di euro. La seconda: aumentare l’Iva per i gadget non editoriali che si vendono in edicola (borse, occhiali, etc.). La terza: portare a un minimo 2% del fatturato il canone annuo di concessione delle tv generaliste (la Lega, nel paese del conflitto di interessi, non ha sottoscritto solo quest’ultimo punto). Il bavaglio alla stampa non è solo il divieto a pubblicare le intercettazioni. Peggio del bavaglio c’è il silenzio di un mercato tanto compiacente col potere quanto inflessibile con chi, con la schiena diritta, lo critica da sempre. La posta in gioco è cancellare tutto ciò che di indipendente – dalla cultura al cinema all’informazione – produce questo paese. Per questo il manifesto sarà in piazza domani e sempre.