In piazza o in fabbrica? Gli italiani si dividonodi – di Renato Mannheimer

15/04/2002



IL SONDAGGIO


In piazza o in fabbrica? Gli italiani si dividono

Sondaggio: più adesioni allo sciopero oltre i 50 anni che sotto i 30, la politica decisiva nella scelta


di Renato Mannheimer
      Tra quanti appartengono alle categorie professionali e lavorative chiamate domani allo sciopero generale, più di un quarto dichiara che aderirà «sicuramente». E un altro 16% definisce «probabile» la propria partecipazione. Nel complesso, più del 40% si propone di prendere parte allo sciopero. Ma, sempre tra le categorie interessate, una percentuale lievemente superiore esprime, in misura più o meno intensa, la propria contrarietà. Ancora una volta, dunque, l’Italia si spacca in due. Occorre ricordare però che non sempre le dichiarazioni degli intervistati corrispondono a ciò che questi faranno davvero. Perciò, il dato qui rilevato non costituisce tanto una previsione della effettiva partecipazione allo sciopero, quanto una stima del consenso che i sindacati hanno saputo comunque raccogliere attorno alla loro iniziativa. Per questo, ha poco senso discutere se la quota di adesioni qui rilevata sia alta o bassa (è certamente più alta di quanto emerso in occasioni precedenti, forse minore di quanto alcuni si aspettassero oggi) o se siano più i favorevoli o i contrari (la differenza è davvero esigua), mentre risulta più interessante comprendere quali siano i connotati e le motivazioni che spingono un lavoratore a schierarsi da una parte o dall’altra. Una prima differenziazione significativa è costituita dall’età: le adesioni maggiori si trovano nella classe tra i 50 e i 60 anni che, come si sa, dal 1968 (quando aveva vent’anni) in avanti, si è sempre collocata più a sinistra di tutte le altre, sia più giovani sia più anziane (che accadrà alla sinistra quando, speriamo il più tardi possibile visto che ne fa parte anche chi scrive, questa generazione non ci sarà più?). Viceversa, è tra i giovani, sotto i trent’anni, che si registrano i rifiuti maggiori. E’ un altro segnale delle difficoltà che il sindacato incontra tra le nuove generazioni, messe peraltro già in luce dal progressivo elevarsi dell’età media degli iscritti alle confederazioni.
      Com’è ovvio, però, considerando l’iscrizione al sindacato emergono differenziazioni più intense. Tra chi fa parte di Cgil, Cisl o Uil, sia pur con variazioni significative tra una confederazione e l’altra (e con uno scontato maggior consenso allo sciopero tra gli iscritti alla Cgil), le dichiarazioni di adesione all’iniziativa sindacale costituiscono circa i due terzi. Il livello di approvazione è comprensibilmente minore tra quanti sono stati iscritti in passato e non hanno poi, per vari motivi, rinnovato la loro adesione. Sino a diventare appannaggio di una minoranza tra chi non è mai stato iscritto (si tratta, ancora una volta, per lo più di giovani), ove il 52% dichiara di non partecipare allo sciopero.
      Ma è importante notare che il divario tra favorevoli e contrari risulta significativamente maggiore se si osserva l’orientamento politico. Tra gli elettori del centrosinistra aderiscono quasi i tre quarti del campione. Mentre tra chi dichiara di preferire il centrodestra, la percentuale di contrari è ancora più elevata, sino a raggiungere quasi l’80% (e anche tra chi afferma di «non sapere» cosa votare o esprime l’intenzione di astenersi, la maggioranza relativa annuncia il proprio dissenso).
      Naturalmente, queste diverse posizioni legate alla preferenza di partito erano prevedibili. Ma il fatto che la capacità discriminante di questo connotato risulti superiore perfino a quella legata all’iscrizione o meno al sindacato, suggerisce come il senso «politico» dell’iniziativa assuma questa volta tra la popolazione interessata un peso maggiore della mera questione rivendicativa o sindacale. Come è noto, qualunque sciopero coniuga significati più strettamente rivendicativi con valenze politiche più generali. Ciò accade anche per l’astensione dal lavoro programmata per domani. Per la quale tuttavia i dati qui presentati indicano l’esistenza tra i cittadini di una sorta di prevalenza dell’immagine di carattere politico.
      Si tratta, ancora una volta, della valenza attribuita alla vertenza sulle modifiche all’art.18 dello Statuto dei lavoratori. Il conflitto che si è creato attorno a questo tema ha finito con l’allontanarsi, come si sa, dal merito delle proposte governative, per assumere un vero e proprio significato simbolico, di principio, connesso anche alla liceità o meno di intervenire su questioni attinenti il mondo del lavoro senza (o contro) il consenso delle organizzazioni sindacali.
      Quello di domani dunque appare, anche dal punto di vista dell’opinione pubblica, un altro episodio dello scontro in atto nel nostro Paese tra governo e sindacati che, anche in questa occasione, appaiono supplire in buona misura alle forze di opposizione.