In pensione un po’ più tardi

21/03/2001

Il Sole 24 ORE.com


    In pensione un po’ più tardi
    di Elsa Fornero
    Invecchiamento come "bomba a orologeria", la cui esplosione è destinata a causare il collasso dei sistemi previdenziali, dissestare i bilanci pubblici, provocare grandi ondate migratorie, snaturare il contesto sociale. Un’Europa con le tempie grigie in un mondo che la seguirà rapidamente nel suo addio alla giovinezza: prima il Giappone, poi gli Stati Uniti, e infine anche i Paesi emergenti, i quali rischiano di diventare vecchi prima di diventare ricchi. Un invecchiamento globale, insomma, per l’economia globale, che ridurrà fortemente le risorse destinabili allo sviluppo.
    C’è qualcosa di paradossale nel presentare in senso nettamente negativo il grandioso e positivo fenomeno dell’allungamento della vita, nella drammatizzazione dei problemi, pur molti e gravi, che esso pone, e anche nell’individuare il grande imputato di questa storia nel sistema previdenziale che appare non soltanto insostenibile ma un vero e proprio pericolo per lo sviluppo. Ed è soprattutto assai sbrigativo sostenere, secondo un’opinione diffusa, che basterebbe trasformare tale sistema, passando dal finanziamento a ripartizione a quello a capitalizzazione, per risolvere il problema.
    In realtà, queste affermazioni e questi ragionamenti sono basati su luoghi comuni i quali, come tutti i luoghi comuni appunto, sono soltanto delle mezze verità. La "bomba a orologeria" dell’invecchiamento effettivamente esiste ma le sue implicazioni non sono necessariamente catastrofiche. Nel momento in cui ci si avvicina a importanti appuntamenti elettorali — in Italia e, a non grande distanza, in Francia — occorre ribadire che quel grande portato del progresso che è l’allungamento della vita può in realtà essere governato, almeno in una certa misura e con gradualità, attraverso politiche appropriate, a cominciare dalle politiche previdenziali fino a quelle della famiglia e dell’immigrazione.
    Deve essere ugualmente ribadito, come ha fatto di recente Romano Prodi, che gli attuali sistemi pensionistici non sono destinati al collasso ma possono — e debbono — essere corretti in modo da eliminarne o ridurne fortemente gli sprechi. E l’operazione di ridisegno va fatta a partire dalla constatazione che la risorsa di cui i sistemi pensionistici correnti fanno maggiore spreco è quella di cui hanno maggior bisogno, ossia il lavoro.
    Non si tratta però di un’operazione impossibile o sconvolgente. Negli ultimi decenni, infatti, la vita umana non si è soltanto allungata ma è anche fortemente migliorata in termini qualitativi, nel senso che le condizioni fisiche delle persone anziane sono incomparabilmente migliori, tali da consentire di prolungare mediamente di qualche anno l’attività lavorativa, oltre a quella che è oggi l’età normale di pensionamento (di poco superiore ai cinquant’anni). Assai prima che dal punto di vista finanziario, l’attuale sistema è perciò insostenibile dal punto di vista umano, nel senso che fasce di età ancora nel pieno vigore vengono pesantemente indotte a uscire dal mercato del lavoro.
    In Italia, come del resto nella maggior parte dei Paesi europei, si è verificata una crescente divaricazione tra la vita media e la vita lavorativa. Nell’ultimo mezzo secolo, la prima si è allungata di oltre dieci anni per gli uomini e di quasi quindici per le donne mentre quasi tutti i sistemi previdenziali hanno favorito l’anticipazione della pensione: offrendo, in Italia in particolare, una pensione molto vicina all’ultimo reddito, ed escludendo la possibilità di aumentarla con ulteriori anni di lavoro hanno fatto del pensionamento a età ancor giovane una scelta quasi obbligata.
    Il vero punto strategico delle riforme previdenziali a livello europeo, troppo spesso in secondo piano, consiste quindi nel loro ridisegno in modo tale che la scelta di continuare a lavorare non venga più punita, ma, al contrario, premiata. Questo ridisegno, naturalmente, non tocca soltanto la normativa pensionistica, ma molti altri aspetti del mercato del lavoro, perché il lavoro nelle età anziane non ha necessariamente gli stessi caratteri di quello delle età più giovani.
    La transizione ai nuovi sistemi, pertanto, non può essere riduttivamente concepita come la chiusura, anche solo parziale, di un "conto" (l’attuale sistema a ripartizione) per aprirne un altro, più vantaggioso (il futuro sistema a capitalizzazione). A parte gli oneri della transizione, infatti, il suo elemento chiave è costituito dalla riduzione (eliminazione) dell’impropria tassazione contenuta negli attuali sistemi, da quella sul lavoro a quella che deriva dal peso eccessivo della ripartizione.
    È quindi opportuno che il discorso si allarghi dai tagli ai cambiamenti qualitativi secondo una strategia mirante a incentivare il lavoro a età più avanzate delle attuali; a favorire magari un distacco graduale dal lavoro; a migliorare la corrispondenza tra contributi e prestazioni; a favorire la partecipazione femminile al lavoro, particolarmente bassa in Italia.
    Soltanto con riforme ampie di questo tipo si potrà pienamente recepire lo spirito degli accordi di Lisbona, ossia l’elevazione del tasso di attività, oggi a livelli inaccettabilmente bassi. Forse sarebbe bene che anche di tutto questo, e non soltanto di satira propria e impropria, si parlasse nella nostra campagna elettorale.
    Mercoledì 21 Marzo 2001
 
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