In pensione con 40 anni di contributi dal 2008

23/02/2004

    20 Febbraio 2004

    TREMONTI: GARANTITO LO STESSO RISPARMIO DEL TESTO PRECEDENTE. SI APRE UN TAVOLO CON LE IMPRESE SUL COSTO DEL LAVORO

    In pensione con 40 anni di contributi dal 2008
    Solo 35 per chi ha sessant’anni, ma dal 2010 l’età salirà

    ROMA
    La nuova versione della delega previdenziale, assicura il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, garantisce esattamente lo stesso risparmio previsto nel testo precedente. E in effetti, ad esaminare con attenzione la stesura illustrata ai sindacati e agli imprenditori a Palazzo Chigi, si può tranquillamente dire che l’impatto sui potenziali pensionati di anzianità ha cambiato struttura, ma resta sostanzialmente inalterato, e semmai si articola in modo differente. A partire dal famoso «scalone», che si attenua un po’. Ma solo un po’.
    Vediamo in dettaglio le novità che dovrebbero essere formalizzate oggi dal Consiglio dei ministri in emendamento alla delega in discussione al Senato. La principale riguarda i nuovi criteri per il pensionamento di anzianità a partire dal 2008. Se prima si prevedeva un aumento secco da 35 a 40 anni di contribuzione, adesso la pensione di anzianità potrà essere ottenuta in due modi: se si hanno 40 anni di contributi maturati, per qualunque età anagrafica, oppure se si hanno almeno 35 anni di contributi maturati e 60 anni di età. Dal 2010 l’età minima passerà a 61 anni, e nel 2013 una verifica dei conti con le parti sociali – il ministro dell’Economia Giulio Tremonti lo ha fatto capire chiaramente nel corso della conferenza stampa al termine dell’incontro – confermerà la necessità di giungere a un’età minima di 62 anni dal 2014. «Se nel 2013 la verifica – ha detto Tremonti – evidenzia un andamento della minore spesa forte se ne potrà tenere conto. Diversamente e ineluttabilmente arriva lo scatto di un anno, a 62 anni». Infine, sempre dal 2008 le «finestre» per l’accesso alla pensione passeranno da 4 a 2.
    Il risultato complesivo è che lo «scalone» si sposta, e si riduce di entità pur restando di dimensioni rispettabili. Se fosse passata la prima proposta, sarebbe stata rovinosamente penalizza una fascia di lavoratori costretta ad aspettare altri cinque anni prima della pensione di anzianità per maturare i 40 anni di contributi minimi. Adesso alcuni di essi si «salveranno», mentre saranno colpiti i lavoratori che pur avendo 35 anni di contributi non hanno l’età minima di 60 anni, e poi 61 e 62. Impossibile, per il momento, quantificare il numero dei coinvolti. Per i meno «fortunati», come accennato, il tempo da attendere continuando a lavorare si riduce di un po’ rispetto ai 5 anni della precedente versione della delega. Oltre ai tre anni necessari per giungere ai 60 anni di età, bisogna considerare l’effetto prodotto dal dimezzamento delle «finestre». Con solo due occasioni all’anno per andare effettivamente in pensione, di fatto, un lavoratore che avrà maturato il diritto dovrà comunque attendere altri mesi, continuando a lavorare. Sul fronte degli effetti finanziari, come ha confermato Tremonti, che ha duramente battagliato per mantenere il requisito dei 60-61-62 anni, non cambia nulla rispetto all’obiettivo programmato di una riduzione annua della spesa previdenziale di importo pari (a regime, nel 2014) allo 0,7% del Pil.
    Come previsto, scompare l’obbligatorietà del versamento del Tfr da maturare ai fondi pensione, e arriva il «silenzio-assenso». Una volta approvata la riforma, i lavoratori potranno esprimere entro un periodo da definire ma limitato la loro volontà di lasciare le cose come stanno, conservando la loro liquidazione in azienda. In caso di «silenzio», invece, il Tfr verrà versato ai fondi previdenziali complementari cui di fatto dovranno aderire. Alle imprese, soprattutto a quelle piccole, verrà assicurata una qualche compensazione fiscale. Novità anche per lo sconto contributivo a favore delle imprese per i nuovi assunti, che scompare definitivamente, e non verrà nemmeno dirottato nella delega 848 bis (quella sull’articolo 18). Dovrebbe però aprirsi – nulla di formalizzato – un negoziato governo-sindacati-imprese in cui valutare tagli al costo del lavoro in grado di ridurre il «cuneo» che rende costose le assunzioni a tempo indeterminato. Infine, detto che per gli incentivi salariali per convincere i potenziali pensionati da oggi al 2008 a continuare a lavorare non cambia nulla, l’ultima novità (ipotetica) riguarda i lavoratori autonomi. Per artigiani e commercianti non ci saranno per ora interventi né sui contributi né sulle prestazioni. Nell’ambito della delega, però, il governo potrà nel giro di 18 mesi intervenire per collegare le pensioni ai contributi versati. Si sa che i lavoratori autonomi oggi versano un’aliquota del 17% circa, e ricevono una pensione calcolata sul 21%, e dunque la futura e teorica armonizzazione potrebbe comportare una penalizzazione. Ma si sa anche che in questo caso il governo offrirà in cambio a commercianti e artigiani l’abolizione totale o parziale dell’Irap.