In pausa col cronometro ora stop lo dicono loro

08/04/2011

Firenze – Sfruttati e sottopagati: i giovani si raccontano
Generazione precaria
Sono trentenni che guadagnano una miseria in un call center, fanno quindici minuti di pausa cronometrata, 15.30-15.45 e se sgarrano sono guai: la sera tornano a casa dei loro genitori, nel letto in cui dormono da quando sono bambini, chè con 700 euro al mese, spiegano, già un affitto si paga con mille sforzi, in banca si viene guardati in cagnesco se si va a chiedere un mutuo. Sono diciassettenni, liceali, al futuro chiedono poche cose ma solide: la possibilità di accedere a borse di studio per formarsi, di essere valutati per il merito e non per la spintarella o il «bunga bunga». Sono ventenni, lavorano da dipendenti ma vorrebbero aprire un´attività: però non hanno un contratto solido, non possono e allora fuggono all´estero. Sono anche quarantenni, ricercatori con un curriculum lungo così, all´estero loro ci sono stati e sono tornati per farsi mandare a casa dalla riforma Gelmini.
Sono loro il popolo dei precari. Quelli di cui parlano i dati Cgil, che dice che dal 2008 ad oggi il lavoro precario è cresciuto del 171,7% e da una parte menomale perché il 26% dei giovani un lavoro nemmeno ce l´ha. Ragazze e ragazzi, stagisti e universitari, dipendenti a tempo rigorosamente determinato, spesso sottopagati. Hanno fame di normalità e si cibano di incertezze. Ma hanno voglia di riprendersi il futuro e allora scrivono la loro rabbia su un «post-it», lo incollano su un muro di cartoni e poi lo buttano giù come si dovrebbe fare nella vita vera. E´ per domani, l´iniziativa si chiama "Il nostro tempo è adesso" e si svolgerà in contemporanea in decine di piazza italiane. A Firenze l´appuntamento è in piazza Santo Spirito alle 15. Aderiscono associazioni e sigle come Arci e popolo viola, sindacati come la Cgil, partiti (Pd, Giovani Democratici, Sel, Idv), l´Assostampa. In piazza niente bandiere. Ecco alcuni storie dai «post-it» precari che domani saranno in piazza.
Andrea, 33 anni: «Ho una laurea in filosofia. Lavoro in un call center che serve l´Asl: 4 ore al giorno, 5 giorni a settimana, 700 euro al mese. Vorrei lavorare di più ma non me lo permettono, part time e basta. Ho una pausa di 15 minuti netti, tutto di corsa. Rispondo ad una telefonata ogni tre minuti. Forse non sono stato bravo a trovare altro ma questo ho e vorrei che la mia situazione migliorasse invece l´ascensore per me è bloccato. E lo dico da figlio di operai».
Carlotta, 41 anni: «Ho un dottorato di ricerca, ho lavorato per 2 anni alla Harvard School of Public Health, ho pubblicazioni su riviste internazionali fra cui la prestigiosa rivista Pnas, sono l´unica italiana ad essere stata invitata dalla Società americana di microbiologia per una sessione plenaria, un video sul mio lavoro al Museo di Storia Naturale di New York e nonostante un´esperienza di lavoro di ben 16 anni sono ancora precaria con qualifica di ricercatore a tempo determinato. Con l´approvazione della legge Gelmini la mia unica prospettiva è quella di evaporare insieme ad altri 91 colleghi. Ben vengano merito e valutazione che annunciati e sbandierati, sono poi costantemente disattesi per seguire le solite logiche familistiche».
Alessio, 20 anni: «Studio architettura, in Italia vedo intelligenze, capacità, forze ed ambizioni buttate al vento. Non voglio affondare in un mondo del lavoro che prima ci sfrutta in tirocini non retribuiti e perpetrati nel tempo, fino ad approdare a contratti atipici, a progetto, a tempo determinato, che con meno di mille euro non ci permettono di divenire autonomi. Voglio poter pensare ad un affitto o a progetti a lungo termine, alla mia vita domani».
Laura, 17 anni: «Vado al liceo Dante, voglio studiare per contribuire alla ricostruzione del mio Paese, voglio speranza, voglio poter iscrivermi ai concorsi per le borse di studio certa che sarò valutata per il mio merito e avrò una reale possibilità di ottenerla».
Sara, 29 anni: «Sono una giovane chef, qui non ho speranze, sono costretta ad andarmene all´estero, dove il tempo dei giovani è linfa vitale del Paese mentre qui ci nutrono di spazzatura».