In Moldova i bimbi “orfani” delle madri badanti in Italia

28/02/2011

Diecimila negli istituti per l’infanzia: nel 90% dei casi i genitori sono vivi, ma emigrati

Il padre si è arruolato muratore in Russia, la mamma fa la badante a Torino, la figlia più piccola cresce in un orfanotrofio di Stato in un paese sperduto, Ciniseuti, verso il confine con l’Ucraina.

È quello che non si vede: una specie di indotto tragico dell’immigrazione. Diecimila bambini vivono negli internat della Moldova. Meno del 10% hanno perso il padre o la madre, gli altri sono orfani di genitori vivi. Non hanno parenti ad accudirli, aspettano giorni migliori e dei biscotti dall’Italia.

Liuba Bourosu cerca di non piangere preparando la cena. «Victoriza mi ha scritto che le danno solo tre fette di pane al giorno. Allora mangio con le lacrime e penso sempre a lei…». Dall’ottavo piano di una palazzone popolare di via Lanzo – profumo di pulito e silenzio, il pensionato già a letto nella stanza a fianco – a 2150 chilometri da sua figlia. Ma per andare a trovare Victoriza la strada è molto più lunga di così.

Quello in Moldova è innanzitutto un viaggio nel tempo. «Nessuno conosce l’arretratezza dolorosa del mio paese e tutto quel grigio dominante», ci aveva messo in guardia Elena Putina dell’associazione «Speranza». Dalla capitale Chisinau a Ciniseuti sulla carta sono 97 chilometri, ma per percorrerli in auto servono tre ore. La strada diventa presto un calvario di buche e ghiaccio con nulla intorno. «Le infrastrutture raccontano bene la Moldova», dice abbacchiato il nostro accompagnatore Vitalie Pralea. «Una volta un ingegnere tedesco arrivato a questo punto ha fatto inversione, convinto di aver sbagliato strada. Non riusciva a crederci. E invece bisogna avere fede e continuare…».

Undici gradi sotto zero. Madonne in mezzo alle campagne. Cani randagi. Taglialegna rifugiati dentro baracche di lamiera. Ogni tanto passano carretti trainati da asini, vecchie Lada 1400, pullman decrepiti e storie malinconiche. In Moldova tutti rimpiangono qualcosa. Chi il comunismo, chi una doppia cittadinanza. «Perché se hai passaporto romeno sei salvo, puoi andare ovunque. Altrimenti devi pagare 5000 mila euro ai mafiosi che ti organizzano il viaggio. Ma poi non puoi più tornare indietro».

La Moldova è il paese più povero d’Europa. Quello con il più alto tasso di immigrazione, un abitante su quattro è altrove. Quello con il maggior numero di alcolisti, secondo una recente statistica dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma è proprio vero, Vitalie ha ragione, alla fine della strada, dentro una luce biancastra senza contorni, Ciniseuti compare. Lo certifica un carrarmato sovietico eretto a monumento all’ingresso del paese. Gli internat della Moldova erano stati istituiti per gli orfani della seconda guerra mondiale.

A Ciniseuti c’è un solo negozio con le pareti dipinte d’azzurro. Due chiese. Operai stanno montando i primi tre pali della luce sulla stradina principale. Al fondo, nella neve, la casa di Victoriza.

La maestra è contenta di annunciare visite. La figlia di Liuba arriva bionda e pallida, sto per compiere quattordici anni, è identica alla madre. «Buongiorno», dice emozionata. Ci fa vedere la sua camera con nove letti, dopo aver chiesto la chiave a un signora con un grembiule verdolino. Non ci sono cassetti, oggetti, giochi, vestiti, pennarelli. Ma la stanza è molto curata, pulita, persino calda, anche se non in senso letterale. Dentro l’internat molti bambini tengono berretti e giacche addosso. «Lo so che non potevamo fare diversamente – dice Victoriza – mia madre una volta al mese mi manda un pacchetto. Dentro ci sono soldi e cibo, mi ha anche regalato un telefonino. La ringrazio tanto per questo. Ma mi manca, ho voglia di vederla». Victoriza ha un’amica con il suo stesso nome e due sogni: «Diventare un’infermiera e vedere l’Egitto. Non sono mai andata via di qua. Mi piace l’idea del caldo». Faccia dura, faccia da bambina, non vuole che sua madre si preoccupi per lei: «Abbiamo tutto quello che serve per vivere e studiare bene. Il problema del pane non è importante. Ma vorrei abitare in Moldova nella casa della nostra famiglia, con abbastanza soldi per stare tutti insieme».

Sotto c’è la biblioteca. Accanto la palestra, cioè una grande stanza vuota. Andrej e Petru si lanciano una pallina di gomma. Qui i bambini sono in tutto 130. Uno ci guarda speranzoso e dice: «Forse sono venuti a portare le scarpe». Qualcuno ti cerca gli occhi, altri tengono lo sguardo basso. E quando si pone il problema delle foto, il direttore dell’internat Ion Corovai chiama a raccolta la classe di Victoriza: «Sono bambini invisibili, una foto può solo fargli bene…». Intanto mostra il grande mosaico sul pavimento dell’ingresso con incisa la data di costruzione: «Era il 1972. Da allora non è stato fatto alcun lavoro di ristrutturazione».

I finanziamenti statali sono impietosi: 3 euro al giorno a orfano tutto compreso. «Di questi bambini si sa pochissimo», diciamo al signor Corovai. Lui risponde con un sorriso disarmante: «Della Moldova si sa nulla. E’ come se non esistesse sulla mappa del mondo».

Prima di quello di Ciniseuti, abbiamo visitato altri tre orfanotrofi. Carpineni, Chisinau 2 e Chisinau 5. Si assomigliano tutti: vecchi casermoni riscaldati a stento, pieni di bambini disciplinati come soldati. Lo stipendio medio di un educatore è di 100 euro al mese. Per il governo moldavo gli internat sono una vergogna da rimuovere. L’Ue ne ha chiesto la chiusura, come condizione imprescindibile per ipotizzare l’ingresso in Europa.

Victoriza fra poco rivedrà sua madre. Liuba Bouroso finalmente ha i documenti pronti, a Pasqua torna a casa. Sette giorni insieme prima di salutarsi ancora una volta, mentre la vita va.