In Italia lavorano quattro donne su dieci

14/06/2004



      13 giugno 2004
        In Italia lavorano quattro donne su dieci
        Tra i motivi quelli legati alla maternità, inoltre è ancora troppo limitato l’utilizzo di orari flessibili e part time. Alte le differenziazioni salariali rispetto agli uomini con punte fino al 30%
          Siamo gli ultimi d’Europa. In qualche modo è un record. Negativo. Abbiamo la maglia nera dell’occupazione in rosa. Le donne in questi anni hanno conquistato posti di lavoro, ma il confronto europeo (come ci dicono i dati più recenti dell’Ocse e quelli della Commissione Kok) è impietoso e ci ridimensiona: abbiamo perso posizioni rispetto a Paesi come la Spagna, che ha raddoppiato l’occupazione femminile in dieci anni; ma soprattutto oggi siamo in fondo alla classifica, soli, dietro non solo l’Europa dei 15, ma dietro anche tutte le dieci new entry dell’Europa a 25, tranne Malta.

          Non è un bel segnale. In Italia il tasso di occupazione femminile è troppo basso: solo poco più di quattro donne su dieci lavorano. In Europa sono 5,5. Si tratta di medie.

          In Europa i Paesi scandinavi detengono il record di occupazione femminile, insieme al Regno Unito, ma anche all’Austria, tutti Paesi che sono già al di sopra della soglia del 60% di occupazione in rosa che l’Europa ci chiede come traguardo entro il 2010. Insomma, da quattro lavoratrici, in pochi anni, dobbiamo arrivare a sei su dieci. Ce la faremo? E come? Guardando all’esperienza degli altri, eliminando i vincoli in casa nostra. Perché le donne vanno poco a lavorare? Quasi quattro donne su dieci affermano di rinunciare al lavoro "per motivi di famiglia" (maternità, assistenza ai figli e ai parenti). In Europa per questo motivo sono solo in due. Il freno al lavoro si chiama maternità, che produce un tasso di fertilità molto basso: 1,2 figli per donna. Ma ci sono anche altri motivi, culturali, economici, organizzativi. A lavorare di più in Italia sono le donne tra i 30 e i 49 anni con un elevato titolo di studio. Diploma e laurea sono una carta vincente. Un buon ascensore. Ma non bastano.


          Un’altra leva sono orari flessibili e part time. Anche in questo caso deteniamo un record: in Europa fa l’orario ridotto il 37,5 delle donne tra i 50 e i 64 anni; in Olanda il 76%, nel Regno Unito il 53%, in Germania il 44%, in Italia il 12%. Ma anche il part time da solo non fa miracoli. La partecipazione delle donne al lavoro è resa possibile da specifiche politiche di sostegno, sulla doppia dimensione di lavoratrici e di madri. Per esempio favorendo lo sviluppo di attività di cura, asili, strutture di assistenza dei figli, ma anche degli anziani, il cui carico sta sulle spalle delle donne come un fardello. Ma anche sostenendo il loro miglioramento professionale: le donne avvertono che la loro carriera a un certo punto si ferma, per cui tendono a disinvestire sul lavoro. Così come ancora molto forti sono le discriminazioni di cui soffrono: per esempio, differenziali di stipendio che arrivano sino al 27-30% a parità di mansione. Sono quasi 6 mila le donne che alla fine della maternità danno le dimissioni dal posto di lavoro nella sola Lombardia.


          Infine, l’esperienza degli altri ci insegna che servono politiche di accompagnamento e orientamento, incentivi all’assunzione delle donne e politiche fiscali a favore della famiglia , con l’introduzione del quoziente familiare sull’esempio francese; inoltre un aumento della durata dei congedi parentali, oggi semisconosciuti e sottoutilizzati, che prevedono il coinvolgimento dei mariti e dei partner maschi nella cura dei figli. I Paesi in cui sono diffusi questi provvedimenti hanno i maggiori tassi di partecipazione e di occupazione femminili. Sono buone prassi da seguire. Ma ora, da subito, ci vuole una terapia d’urto. Perché la libera scelta delle donne sulla loro vita è un fattore di civiltà.

      Walter Passerini


      Economia