In Italia la flessibilità ha aumentato le differenze sociali

18/12/2009

Le diseguaglianze dei redditi restano molto alte e persistenti, con un forte peggioramento negli anni ‘90. In più l’Italia resta un Paese in cui il destino dei figli dipende dal reddito dei genitori».È una radiografia impietosa quella che Maurizio Franzini e Michele Raitano hanno presentato nel loro dossier sulle diseguaglianze economiche, discusso ieri al Nens dagli autori e dai due fondatori dell’associazione Vincenzo Visco e Pier Luigi Bersani. L’Italia è diseguale e ingiusta: e nulla consente ai giovani di emanciparsi da condizioni di partenza svantaggiate. Un destino pesante per un’intera generazione: eppure il tema della differenze di reddito resta al di fuori del dibattito politico. «Non è così negli Stati Uniti – avverte Visco – dove ad esempio si è svolta una lunga discussione sugli stipendi dei banchieri». Mentre il paese resta immobilizzato nelle sue caste, la politica parla d’altro. Eppure solo con una nuova politica quegli steccati
tra (pochi) fortunati e (molti) sfortunati potranno essere demoliti. «Oggi la parola redistribuzione mette paura: ne inventeremo un’altra – aggiunge Bersani – perché la lotta all’ingiustizia è la ragione del nostro lavoro. Il persistere delle diseguaglianze richiama la necessità delle riforme. Quando parliamo di riforme penso a un pacchettino che guardi anche la società e non solo le istituzioni. Questo tema ci impone la domanda: per quali vie possiamo correggere queste disfunzioni? Io penso che le politiche del lavoro e della contrattazione, quelle fiscale, il welfare e le liberalizzazioni, sono i quattro grandi capitoli per affrontare questo tema». Indagare sulle cause della diseguaglianza è un lavoro lungo è complesso. Sta di fatto che nulla in Italia è riuscito a scalfire il binomio diseguale e immobile. Né la creazione di
ricchezza, né l’aumento dell’occupazione. Il lavoro e il Pil non hanno prodotto ridistribuzione (come molti osservatori sono andati «predicando » in questi anni). «Tutta la crescita prodotta dal ‘93 a oggi – spiega Franzini – non ha spostato l’indice di diseguaglianza. Non si può quindi dire che la crescita sia preliminare alla fine delle diseguaglianze, né il contrario. I due fenomeni appaiono indipendenti». Quanto all’aumento dell’occupazione registrato nel quindicennio passato, non ha fatto da barriera all’aumento delle differenze sociali per via di «tutto quello che è accaduto nel mercato del lavoro», aggiunge Franzini. La flessibilità del lavoro ha prodotto infatti l’effetto di aumentare le diseguaglianze tra coloro che lavorano, cancellando i vantaggi dell’aumento della disoccupazione. Come dire: se prima il solco passava tra lavoro e non-lavoro, oggi è all’interno degli stessi occupati che si registrano fratture profonde, pesanti differenze di reddito. «Una evidenza ci è data dalla piccola quota di super ricchi – continua lo studioso – in cui i percettori di reddito da lavoro sono diventati più importanti». Vuol dire che i «nababbi» oggi non sono solo quelli che vivono di rendite da capitale, ma anche quella classe di supermanager che si ritrova nella stessa azienda con lavoratori spesso atipici, giovani sottopagati, con condizioni svantaggiate anche rispetto ai loro colleghi «regolari ». «A questo va aggiunto che si abbassa il grado di cooperazione in strutture dove ci sono diseguaglianze – conclude Franzini – con effetti negativi sulla crescita». L’effetto perverso della flessibilità (che era stata annunciata come la strada maestra per includere più emarginati, invece che escluderli) chiama in causa le stesse politiche del centro-sinistra. Bersani lo riconosce: «La flessibilità non è stata scambiata con il salario, e questo è male».
La «diseguaglianza italiana» divide sia gruppi diversi tra loro (per esempio dipendenti da autonomi), sia membri dello stesso gruppo, come è il caso degli atipici tra i dipendenti. Ed è presente anche tra gli autonomi. Tra le regioni, il Sud resta il più svantaggiato, mentre le performance migliori sono al Centro escluso il Lazio.