In Italia il lavoro discrimina le donne

17/05/2005
    martedì 17 maggio 2005

    Pagina 33 – Economia

      Il World Economic Forum fotografa le pari opportunità e avverte sui rischi per lo sviluppo. In Europa sta peggio solo la Grecia
      In Italia il lavoro discrimina le donne
      Tra gli ultimi in classifica, ci batte anche il Bangladesh
      Anna Maria Artoni: "Non è un problema femminile o familiare, ma politico"
      I paesi scandinavi ai primi posti per garanzie. L´Egitto fanalino di coda

        LU ISA GRION

          ROMA – Peggio dello Zimbabwe, altro che ultimi in Europa. L´Italia è fra i paesi che più discriminano la presenza delle donne nei luoghi di lavoro e di potere.

          Che la situazione non fosse buona era noto – fosse altro per la scarsa presenza di donne al Parlamento e ai vertici delle grandi aziende – ma una classifica del World Economic Forum sul "gender gap index", le differenze fra maschio e femmina, ha spazzato le ultime illusioni. La graduatoria ha esaminato la questione in 58 nazioni (i 30 paesi Ocse più 28 «emergenti») mettendo a confronto la parità retributiva, l´accesso al lavoro, la presenza nei luoghi del potere politico, l´istruzione e la salute. L´Italia si colloca al 45 posto. Dopo lo Zimbabwe, e la Thailandia. Abissale il divario con i paesi scandinavi, in Europa peggio di noi sta solo la Grecia. Siamo i penultimi nella Ue e nettamente gli ultimi fra i paesi del G7. Pakistan, Turchia e Egitto chiudono la graduatoria.

          Nel rapporto si legge: «Come prevedibile in paesi con una cultura notoriamente patriarcale, Italia e Grecia hanno una performance scadente nella partecipazione e nelle opportunità economiche». Di fatto analizzando i singoli criteri dell´indice, l´Italia si salva, collocandosi all´undicesimo posto, solo per quanto riguarda l´aspetto della assistenza sanitaria, ma facendo riferimento alla parità retributiva sale al 51 posto. Al 49esimo per l´accesso al lavoro. Al gradino 41 per l´accesso all´istruzione.

          La questione non è da poco. Il Worl Economic Forum avverte: « Questi paragoni forniscono un´indicazione preliminare del legame tra le pari opportunità per le donne e il potenziale di crescita di lungo termine di un paese». Ovvero: una nazione che discrimina le donne è una nazione che nel futuro non riuscirà a risalire la china della competitività.

          Anna Maria Artoni, imprenditrice e fino a poche settimane fa presidente dei Giovani di Confindustria ne è convinta: «L´errore è considerare il problema come se fosse privato, delle donne e delle loro famiglie. Il problema invece è politico, e come tale va trattato. Non per nulla uno dei fattori indicativi della capacità di sviluppo di un paese è il livello di occupazione femminile. L´Italia è terz´ultima in Europa». Cosa si può fare? «Moltissimo. E chiaro che uomini e donne sono diversi e che quindi, sul lavoro, alle donne devono essere date risposte diverse.

          Probabilmente in passato faceva comodo che le donne restassero a casa e si occupassero di piccoli e anziani, ma ora la partecipazione femminile al lavoro extracasalingo è un´opportunità alla quale non si può rinunciare. Ciò non significa escludere le famiglie, anzi. La classifica del World Economic Forum dimostra come siano premiati proprio quei paesi che investono sia sul lavoro delle donne che sulle politiche della natalità che sui servizi: in Svezia si fanno più bambini e il potere femminile e lo sviluppo è maggiore. In Italia ora le donne né lavorano fuori casa né si concedono figli. Evidentemente c´è qualcosa che non va». La ricetta proposta dalla Artoni è fatta di più servizi: dagli asili nido ai trasporti. Più integrazione fra le aziende e il territorio. Più flessibilità negli orari.

          Qualcosa, almeno a livello privato, di fatto si sta muovendo: il gruppo Vodafone, per esempio (5.500 donne su circa 10 mila dipendenti; nei quadri 3 femmine ogni 20; dirigenti al 20 per cento) ha deciso di dare la possibilità, per chi vuole , di aggiungere ai 5 mesi di astensione dal lavoro previsti di per legge e totalmente retribuiti altri 4 e mezzo. Al 30 per cento di retribuzione coperta dallo Stato l´azienda integra il rimanente 70 per cento. Una offerta aperta a tutte le sue lavoratrici, indipendentemente dal ruolo ricoperto.