In Italia i soldi ci sono, mancano i capitalisti

20/05/2005
    venerdì 20 maggio 2005

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        FORUM. LA RISPOSTA AL DECLINO SECONDO MASSIMO CAPUTI, PRESIDENTE DI SVILUPPO ITALIA
        In Italia i soldi ci sono, mancano i capitalisti
        La competitività non arriva per decreto, cercansi investimenti in asset strategici Il fallimento degli incentivi automatici. Il turismo da grande malato a vera risorsa

          «In Italia i soldi ci sono, ce n’è una quantità impressionante, il problema è che mancano i capitalisti o meglio un capitalismo forte. La ricchezza delle banche e i livelli d’indebitamento dei grandi gruppi industriali ne sono la spia», dice al Riformista Massimo Caputi. Oltre che, s’intende, «una politica industriale organica che non si metta a “comandare” i destini delle imprese ma che aiuti a indirizzare gli sforzi delle imprese». Si potrebbe pensare che il presidente di Sviluppo Italia voglia lanciare l’ennesimo appello a “fare sistema”. E invece qui arriva la stoccata: «Fare sistema? Dipende a favore di chi. Gli interessi non sono omogenei. Mi ha colpito molto la denuncia del presidente di Confapi Danilo Broggi fatta sulle colonne del vostro giornale», dice, «in merito alle piccole e medie aziende cuore del sistema Italia ma troppo spesso ignorate. Le piccole e medie imprese hanno interessi diversi dalle grandi, anche sulle misure da prendere per restituire competitività al paese. Tagliare l’Irap va bene per favorire la grande industria. Ma quante piccole e medie aziende godrebbero di più e migliori vantaggi da un sistema incentivante diverso?». Il messaggio è per Confindustria ma anche per il governo, evidentemente.

          Poi il ragionamento di Caputi si articola sul turismo, suo cavallo di battaglia, e sul Mezzogiorno, che non vuol dire puntare sui campi da golf né sulle stanze d’albergo («ce ne sono fin troppe: a fine 2004 erano 986 mila, per la precisione, ma piene per la metà») bensì su «un’organizzazione di sistema» perché crede fermamente che il Mezzogiorno abbia «precise, vocazioni industriali» oltre che «vocazioni speciali» (turismo su tutte). Il ragionamento, però, non coincide, per forza di cose, con «più infrastrutture». Caputi rifiuta la logica delle grandi opere: «Non necessariamente all’insufficienza del sistema infrastrutturale bisogna rispondere col raddoppio delle infrastrutture», ma con la capacità di «attrarre investimenti». Del resto Sviluppo Italia – gruppo forte di un portafoglio di 177 società partecipate, di cui 55 controllate, 17 regionali e 6 a progetto – nata per favorire lo sviluppo economico ed imprenditoriale del Mezzogiorno e delle altre aree svantaggiate del paese, oggi è definita come «l’Agenzia nazionale per lo sviluppo d’impresa e l’attrazione d’investimenti». La sua mission è promuovere, accelerare e diffondere lo sviluppo produttivo e imprenditoriale per rafforzare la competitività del paese.

          A proposito di competitività, Caputi promuove il decreto legge appena licenziato dal Parlamento e promosso dal governo per restituirgli vigore (anche se avverte: «Purché alle misure prese dal governo venga dato effettivo seguito») e boccia senz’appello la legge 488 («un disastro che ha mostrato tutti i suoi limiti nel corso del tempo: vanno dati incentivi a tempo, non a fondo perduto»), ricordando la relazione della Corte dei Conti che valuta nel 50% dei casi l’uso distorto del credito d’imposta, difende la quantità delle risorse stanziate per il Sud («basta consultare le cifre stanziate nelle Finanziarie degli ultimi dieci anni a favore del Mezzogiorno per rendersene conto, senza contare che il monitoraggio e la regia del corretto uso delle risorse per il Sud è storia recente») e insiste sulla necessità di mettere in atto «strategia precise per l’attrazione degli investimenti».

          L’esempio che il presidente di Sviluppo Italia porta più volentieri è quello del turismo, un caso «quasi surreale», dice. E spiega: «Siamo quarti per arrivi, superati dalla Francia e dalla Spagna, oltre che dagli Stati Uniti, ma la Francia è al primo posto con i due terzi delle stanze d’albergo rispetto all’Italia ma piene il doppio. Nel turismo è mancata – sottolinea Caputi – una qualunque politica d’insieme. Il problema non è fare alberghi, visto che ne abbiamo anche troppi e sono a prezzi più alti e livelli inferiori dei nostri competitor europei, quello che manca è il prodotto Italia».

          Caputi chiede di investire su tre asset strategici del paese: turismo, vocazione territoriale e logistica. Lo sforzo necessario, dunque, è di sistema, non di metri cubi di cemento, per Caputi, che chiede non solo di mettere in campo al più presto una «politica nazionale, più che industriale, sul turismo, visto che si tratta della prima impresa del paese in termini di dimensioni (12% del Pil)» ma anche di varare una cura shock che non esita a definire «violenta» visto che deve superare antiche resistenze, quella per la “destagionalizzazione”. «Perché il nostro comparto turistico non è aperto tutto l’anno? Fosse per me – afferma secco – non darei più un euro di contributo a chi non apre 11 mesi su 12…».

          L’idea di fondo di Caputi è che il turismo sia uno dei grandi malati del paese «ma anche quello che è forse più facile curare, ove si realizzasse uno sforzo sinergico tra Stato, associazioni e regioni». Sforzo che, ci tiene a precisare, «non può essere certo rappresentato dal semplice e sconcertante cambio di nome dell’Enit da ente in Agenzia per il turismo» (e qui la critica al decreto competitività c’è eccome, visto che la norma è contenuta all’articolo 12 di quella legge). Caputi teme, sotto questo profilo, l’aumentare esponenziale di afflussi turistici da due fronti: il “turismo povero”, in particolare quello dell’Est, e il turismo religioso (povero a sua volta). Favorire il turismo per Sviluppo Italia vuol dire soprattutto risolverne i problemi di coordinamento e quelli gestionali. Poi però indica un problema più complesso: riguarda alcune produzioni che «non sono più di questo paese»: l’attività di attrazione investimenti fatta da Sviluppo Italia e partita un anno e mezzo fa, infatti, ha evidenziato – sottolinea Caputi – «che l’Italia è fortemente competitiva in alcune aree e settori territoriali». Tra le vocazioni territoriali Caputi ricorda, per quanto riguarda l’Ict, due realtà come Milano e Catania e indica la strada: «Il paese deve puntare la sua crescita industriale nelle aree e nei settori dove siamo competitivi (Ict, agroalimentare, nanotecnologie), per non dire del settore componentistica auto e nella meccanica di precisione dove proprio come Sviluppo Italia mettiamo l’accento sul fatto che l’Italia è paese d’eccellenza e le aziende di qualità».

          Il lavoro che il Miur sta facendo con l’individuazione dei “distretti tecnologici” va sostenuto – dice Caputi – «anche per evitare che si ripeta l’errore fatto sui distretti industriali: nati quarant’anni fa, la legge che li riconosce è arrivata nel 1991! Sui distretti tecnologici non si può fare lo stesso errore». Caputi è soddisfatto che sia stato varato, per la prima volta, con il decreto competitività, «una politica per l’attrazione di investimenti produttivi sia Italia su Italia che estero su Italia visto che troppo spesso non siamo percepiti come un soggetto meritevole dagli investitori stranieri. Serve uno sforzo continuo per creare sensibilità costante sull’attrazione investimenti: nel dl competitività c’è».

            Per quanto riguarda il problema della logistica, Caputi ritiene che «paradossalmente grazie allo spostamento della produzione in posti sempre più lontani, siamo tornati ad avere il Mediterraneo come asse strategico centrale: qui noi abbiamo delle basi già molto utilizzate – come Gioia Tauro o Taranto – ma non abbiamo creato intorno a esse una catena di valore aggiunto. Dobbiamo utilizzare le strutture e le opportunità che abbiamo facendo sistema e creando organizzazione, che mancano». Se poi per farlo bastino gli appelli a fare sistema o i decreti legge, non spetta al presidente di Sviluppo Italia rispondere. Anche se lui, una risposta ce l’ha: è un lavoro di lunga lena, per questo bisogna vere una stabilità di percorso. L’Agenzia del Galles è in piedi dal 1977 e non è mai cambiata. Qui, a ogni cambio di stagione, si cerca di inventare qualcosa di nuovo. Stabilità di indirizzo, chiarezza degli interlocutori: ecco quel che cerca chi vuole investire sia esso italiano o straniero.