In Italia e nel mondo, Mc-franchisee organizzati

10/07/2002

10 luglio 2002



In Italia e nel mondo, Mc-franchisee organizzati
I concessionari vogliono contare di più nelle decisioni. I sindacati preoccupati dalle chiusure dei locali


AN. SCI.


Il desiderio di cambiare le regole del
franchising McDonald’s non è solo italiano. In Brasile, ad esempio, da qualche anno già si muovono i membri dell’Imoa, l’«Independent McDonald’s Operators Association», che cercano di contrattare con la multinazionale americana dei contratti di concessione che lascino margini di profitto maggiori. I brasiliani parlano di «cannibalizzazione» della Company nei confronti dei concessionari: un’eccessiva proliferazione dei locali portata avanti dalla multinazionale per innalzare le azioni della società, che però danneggia i franchisee, costretti a una concorrenza spietata. Molti concessionari hanno gettato la spugna, altri hanno fatto causa alla McDonald’s, mentre parecchi locali sono stati già «ingoiati» dalla Company. Franchisee organizzati sono attivi anche in Australia. In Italia, analogamente, esiste un’associazione di franchisee McDonald’s, una quarantina di concessionari organizzati per tutelare i propri interessi: è l’Alfi, nata nel marzo di quest’anno, per «promuovere, proteggere e rinnovare i contratti di franchising , ottenendo un meccanismo equilibrato all’inizio dell’impresa, caratterizzato da indipendenza e profitto nei reciproci ruoli di franchisee e concessionario». Traducendo in parole più comprensibili, quello che si propone l’Alfi è di poter partecipare alle politiche di marketing dell’azienda, di identificare e sviluppare insieme alla Company i nuovi prodotti, di scegliere e definire i contratti con i fornitori. Mettere bocca, ad esempio, nei contratti con Cremonini, per la carne, o con D’Amato, che produce gli incarti. Tutte cose per le quali la Company non si sogna neppure di consultare i licenziatari, chiedendo loro soltanto la più cieca obbedienza.

Decisamente una rivoluzione nel sistema Mac, che vede ormai numerosi concessionari totalmente succubi degli archi dorati, costretti al silenzio dal monte di cambiali firmati con la stessa Company. Sono stati dunque soprattutto i concessionari ad aver pagato la recente crisi degli hamburger, con i fatturati che si sono ridotti anche del 15% dopo le crisi incrociate di «mucca pazza» e dell’11 settembre. E sono sempre i concessionari che devono applicare senza fiatare le promozioni imposte dalla Company, come i famosi hamburger a 1000 lire: e se i locali più affollati riescono ad ammortizzarle, la maggior parte dei franchisee invece le assomma alle già pesanti perdite. L’ultimo schiaffo dei franchisee a zio Mac? Qualche settimana fa non gli hanno approvato il bilancio dell’attività pubblicitaria: 40 miliardi freschi freschi ancora in attesa di destinazione, e una nuova votazione è fissata per fine luglio.

Preoccupati dalle condizioni dei franchisee, ovviamente, sono anche i lavoratori e il sindacato, sempre più alle prese con improvvise chiusure di locali: l’ultimo a chiudere, il locale di Benevento, 23 ragazzi in occupazione permanente e con la lettera di licenziamento già in tasca, e il prefetto che ha convocato per venerdì i vertici della multinazionale e il sindacato. A smuovere le acque sarebbe stato addirittura il sottosegretario Viespoli – la città campana è un suo «feudo elettorale» – e alla riunione potrebbe addirittura presentarsi il presidente di McDonald’s Italia Mario Resca in persona, giungendo in extremis magari per salvare in pompa magna il locale. La Filcams Cgil, dal canto suo, ha già avvisato i delegati sindacali nei locali più a rischio su tutto il territorio nazionale: cercate di capire se il vostro concessionario è in seria difficoltà. Nella catena dell’hamburger, se i franchisee sono un anello debole, neppure i dipendenti stanno troppo bene.