In Italia c’è una questione salariale e i sindacati hanno chiuso gli occhi

03/12/2003

      3 Dicembre 2003
      MIOPIE. LA RIVOLTA DEI TRANVIERI UN SEGNALE DA COGLIERE

      In Italia c’è una questione salariale e i sindacati hanno chiuso gli occhi

      L’effetto-euro non ha funzionato, la concertazione non è stata sostituita da un altro modello

      E se l’inverno del nostro scontento fosse cominciato proprio lì dove non ce lo aspettavamo? Tra i tranvieri milanesi, dunque al nord, in una categoria di impiego pubblico, più garantita della media sul piano dei diritti e delle retribuzioni, più sindacalizzata, regolata nelle sue forme di lotta da una legge nazionale, insomma con tutte le caratteristiche di una aristocrazia del lavoro che, sulla carta, poco ha a che fare con precarietà, paghe minime, e scarso livello di rappresentanza. E’ un paradosso che proprio tra questo gruppo sociale tradizionalmente controllato, scoppi un caso così clamoroso di rifiuto e di anarchia conflittuale. Ma proprio per questo merita un approfondimento e un tentativo di spiegazione. Forse è troppo presto per concludere che la giornata nera milanese rappresenti un trend, piuttosto che un caso isolato. Eppure, le domande di fondo vanno poste proprio nel momento in cui più difficile appare una spiegazione canonica.

      Le testimonianze raccolte nel fronte del rifiuto sono concordi su alcuni punti: 1) il sindacato non ha fatto abbastanza, due anni di inutili trattative responsabili non hanno prodotto alcun risultato; 2) le retribuzioni sono troppo basse, dopo un decennio di moderazione salariale e con le impennate speculative prodotte dall’introduzione dell’euro, il potere d’acquisto si è ridotto e soprattutto la percezione di questa contrazione è aumentata a dismisura; 3) l’impiego di contratti a termine è diventato sempre più diffuso e rappresenta poco meno di un quinto della forza lavoro anche nei trasporti pubblici; 4) per la prima volta la fasce di lavoratori precari hanno fatto fronte comune con i garantiti; 5) è cresciuta, spesso al di là della realtà, l’incertezza e con essa la voglia di stabilità; 6) si è diffuso un microcorporativismo all’insegna dell’ognun per sé che spinge a rifiutare le regole, quelle autoimposte e soprattutto quelle eteroimposte; 7) di conseguenza, le esigenze collettive, la responsabilità verso gli utenti, l’idea di dover garantire innanzitutto il bene comune, appaiono parte di una sorta di pensiero unico oppressivo, un grande alibi che copre la grande fregatura.

      C’è del senno, dunque, dietro una giornata di completa follia? Certo, è difficile negare che i punti 1) e 2) trovino un riscontro forte nella realtà. In Italia esiste una enorme questione salariale e, di conseguenza, una enorme questione sindacale, perché è vero che in questi anni i sindacati non sono stati in grado di assolvere al primo dei compiti principali per i quali sono nati: garantire un equo prezzo della forza lavoro. Il criterio di equità è di per sé relativo al contesto economico, storico, culturale persino. Ma ci sono alcune cifre base che parlano da sole. Dal 1993 al 2001, le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 2,7%, quelle di fatto del 3,5%, i prezzi al consumo del 3,1% e la produttività del 4,6%. Dunque, i contratti sono sempre rimasti al di sotto del tasso di inflazione, essendo per lo più negoziati in basse all’inflazione programmata rispetto a quella reale. Tuttavia, anche tenendo conto degli effetti delle compensazioni aziendali, il potere d’acquisto delle retribuzioni è stagnante, mentre è avvenuta una distribuzione del reddito a favore delle imprese e del lavoro autonomo. Sono dati aggregati che riguardano l’intera economia e nascondono, naturalmente, forti disparità settoriali e territoriali. E’ il frutto del decennio della concertazione. Che ha avuto grandi vantaggi macroeconomici e politici (tra i quali l’ingresso nell’euro), ma che si è trasformato in una debolezza nell’ultimo biennio in cui la crisi congiunturale ha reso tutto più incerto. La domanda interna è rimasta fiacca e la propensione al consumo si è abbassata. Ancora una volta, in economia le variabili non hanno sempre e comunque lo stesso segno, dipende dal ciclo economico. Ciò non vale solo per i bilanci pubblici, ma anche per i bilanci privati.

      L’effetto euro, cioè la stabilità monetaria e un unico mercato che rende comparabili tutti i prezzi a cominciare da quello del lavoro, non ha prodotto una unificazione né verso l’alto né verso una sorta di media dell’Eurolandia. Al contrario, sono rimaste intatte le disparità nei prezzi delle merci (e non solo a causa della fiammata speculativa italiana), così come quelle tra i salari.

      I sindacati hanno percepito tutto ciò? Debbono averlo percepito se non hanno perduto qualsiasi rapporto con i propri iscritti. Ma non ne hanno tratto conseguenze coraggiose. Anzi, Cisl e Uil hanno continuato a ripetere la sempre più vuota cornice della concertazione, con una sorta di rimpianto per i bei tempi in cui tutti intorno al mitico tavolo di palazzo Chigi si decideva la politica dei redditi. La Cgil, invece, ha cercato un terreno di iniziativa squisitamente politico, privilegiando l’opposizione al governo e soprattutto il tema dei diritti. E trascurando il salario. Bisogna dire che la Fiom ha intuito che era giunto il momento di parlare di nuovo di retribuzioni. E ha rifiutato il contratto firmato da Cisl e Uil giudicandolo una chiusura al ribasso. Ma ha finito solo per isolarsi cercando rivincite locali, come i contratti aziendali nell’area di Reggio Emilia. Fiammate momentanee, legate a un maggior potere in imprese che vanno bene, non l’inizio di una ridefinizione delle politiche retributive. In che senso?

      Da tempo sosteniamo sul Riformista che la questione salariale andava affrontata di petto. E, alla concertazione, ormai superata, doveva essere sostituito un modello contrattuale flessibile che desse spazio e spago alle categorie in evidente difficoltà. Per non provocare una spinta dal basso potenzialmente inflazionistica e per non ridurre i già scarsi margini di investimento, bisogna legare gli aumenti salariali agli indici di produttività. Ciò non vale solo nell’industria, ma anche nei servizi e nel pubblico impiego. Naturalmente, i parametri sono diversi, tuttavia la logica deve essere la stessa: chi produce di più e meglio deve guadagnare di più e meglio. Lo debbono capire i sindacati, ma anche i datori di lavoro che si sono dimostrati altrettanto miopi. Non si possono comprimere i salari accoppiando egualitarismo e moderazione. E’ una miscela alla lunga esplosiva. Milano è stato il primo detonatore.