In guerra senza saperlo (Marcello Sorgi)

13/11/2003




13 novembre 2003

In guerra senza saperlo

di Marcello Sorgi

L’attacco al comando dei carabinieri di Nassiriya, con il più alto numero di perdite subito dall’Italia dal 1945 ad oggi, non è certo paragonabile all’11 settembre, tale è la sproporzione di mezzi, strategie e dimensioni, e tale la differenza tra vittime civili e militari. Eppure, come ha spiegato il generale Carlo Cabigiosu, già a capo delle nostre truppe in Kossovo ed ora al fianco della delegazione italiana in Iraq, ha per noi lo stesso significato: non solo un lugubre avvertimento, ma una dichiarazione di guerra.

Tutt’insieme l’illusione di una presenza moderata, umanitaria, solidale nel disgraziato teatro iracheno è finita davanti a quei corpi straziati dei carabinieri in divisa, di quei poveri soldati alla vigilia della licenza, di quel volontario, figlio di un alto ufficiale, che era andato ad accompagnare un regista che voleva vedere e girare da vicino le scene della nostra bontà, della nostra amicizia, della nostra tipica, riconosciuta e apprezzata indole caritatevole.

A ben vedere è proprio quel sogno che l’auto-bomba di Nassiriya ha infranto. L’idea degli «italiani brava gente» che, prima di animare una felice stagione di film neorealisti, ci aveva fatto sopportare, in guerra, la doppia occupazione tedesca – americana e il paese spaccato a metà, e per oltre un trentennio, nel dopoguerra, ci aveva evitato il peggio della prima ondata di terrorismo internazionale. Quel modo metà vaticano e metà andreottiano di convivere con la confusione araba dimostrando un tasso di ambiguità superiore, perfino, a quello mediterraneo dei nostri interlocutori. E ancora quel darsi di gomito, in un mix di furbizia e favori inconfessabili, che ci faceva chiudere un occhio sui missili di Gheddafi contro Lampedusa, o favorire la fuga da Sigonella dell’assassino Abu Abbas.

E’ con questo spirito che noi abbiamo aderito alla maggior parte delle missioni umanitarie di questi ultimi anni, dal Libano alla Somalia, dall’Algeria a Sarajevo, dal Kossovo a Timor Est. E lo abbiamo fatto – va detto – con convinzione e con buona fede, con grande professionalità, lasciando in giro tanta riconoscenza. Le immagini di quel che sappiamo fare le abbiamo viste e riviste, ieri, per un giorno intero in tv: soldati che distribuiscono cibo, che medicano, che giocano a pallone con i ragazzini, che parlano gesticolando, senza sapere le lingue ma facendosi capire.

Nelle missioni di pace, la nostra specialità, tutto ciò ha dato un buon risultato. Qualcosa di cui giustamente andiamo in giro orgogliosi, come risulta ormai dai sondaggi e come è dimostrato dal fatto che iniziative umanitarie o di peace-keeping sono state decise da governi di centrosinistra e centrodestra. Ma è esattamente questo che la bomba di Nassiriya ha cancellato, con un brusco richiamo alle alternative radicali e semplificate del mondo del dopo 11 settembre.

Così, la partecipazione morbida all’intervento in Iraq, la solidarietà «non belligerante» (com’è stata definita dal governo) con l’alleato Usa sono apparsi concetti troppo sofisticati per un terrorismo internazionale che alla fine guarda solo con chi stai. L’amicizia fin troppo sbandierata con il popolo iracheno non ha avuto valore per i commando di feddayn pro-Saddam, per i militari sbandati ma ancora armati, per la mafia in rotta del partito Baath. La copertura tardiva dell’Onu all’intervento, ottenuta finalmente con la seconda risoluzione un mese fa, è diventata un velo da squarciare. E adesso che il velo è caduto, la verità è davanti ai nostri occhi: l’Italia è entrata in guerra quasi senza accorgersene, senza capirlo, senza essere sicura di volerlo fino in fondo.