In fabbrica e in ufficio, più poveri

01/09/2003

    lunedì 1 settembre 2003

    In fabbrica e in ufficio, più poveri
    La Cgil lancia la campagna d’autunno a difesa dei salari e della previdenza

    Laura Matteucci

    MILANO Primo settembre: i lavoratori rientrano in fabbrica e in ufficio, ma per
    loro l’autunno sarà un tempo di incognite.
    Sono 300mila i posti di lavoro che rischiano di saltare nei prossimi mesi, e comunque per tutti c’è da affrontare il poblema di un potere d’acquisto che, tanto più con l’ultima impennata dell’inflazione, diventa sempre più esiguo. Guglielmo Epifani, segretario nazionale della
    Cgil, lancia una campagna d’autunno a difesa dei redditi e per lo sviluppo sottolineando
    proprio le questioni dei prezzi, dei salari, e l’attacco del governo alle pensioni. E Pierluigi Bersani, responsabile economico per i Ds, chiede di aprire subito un tavolo per rilanciare la politica dei redditi. «Da qui – dice – può scaturire un tavolo tecnico che può essere la task
    force per il controllo dei prezzi». Per affrontare l’impennata dei listini, sostiene Bersani, occorre rafforzare il ruolo del Nars, il Nucleo di attuazione e regolazione dei servizi di pubblica attività del ministero dell’Economia, che vigila sulle tariffe ad esempio di acqua e autostrade.
    Da oggi, intanto, nelle fabbriche si torna a pieno regime. Compresi gli stabilimenti Fiat, peraltro decimati dalla cassa integrazione, Mirafiori e Alfa di Arese soprattutto (dove, nonostante la sentenza del Tribunale che ne ha ordinato la riapertura, in pratica lavorano solo gli addetti ai servizi). Riapertura completa per Mirafiori – ad eccezione di 1.800 addetti
    in cassa integrazione straordinaria, la maggior parte dei quali destinati poi alla mobilità – dopo che una settimana fa avevano ripreso l’attività i circa 2.400 lavoratori delle linee della Punto e del monovolume Idea. La ripresa coincide con la presentazione a Lisbona della Nuova Panda, la vettura che insieme alla Ypsilon ed al nuovo monovolume Idea dovrebbe servire al rilancio del gruppo automobilistico torinese. A Termini Imerese entro venerdì prossimo torneranno al lavoro altri 1.450 dipendenti dello stabilimento, che aveva riaperto i battenti già il 25 agosto, ma solo per pochi dipendenti, mentre altri 216 resteranno in mobilità lunga.
    Produrranno 500 auto al giorno, come previsto dal piano di rilancio industriale che alla fabbrica di Termini Imerese ha affidato la produzione, fino al 2005, della nuova Punto restyling.
    I primi dati sulle vendite fanno ben sperare, ma il futuro resta incerto. Il piano presentato a giugno dall’azienda, dopo mesi di trattative e di scioperi, prevedeva investimenti per 150 milioni di euro e l’avvio di nuove produzioni tra due anni. Ma ai primi di luglio è arrivato un
    freno: gli investimenti vanno riquantificati e per i nuovi modelli si vedrà. Per settembre è atteso un chiarimento, ma tra i sindacati si fanno strada parecchi timori. C’è la possibilità, infatti, che questa battuta d’arresto preluda ad una nuova ipotesi di riduzione nel prossimo futuro. A farne le spese sarebbe soprattutto l’indotto, che occupa circa 900 persone.
    Un colpo insostenibile per un’area già gravata da un tasso di disoccupazione che arriva al 32% e dove, da sola, la Fiat dà lavoro a circa un terzo degli occupati. È evidente che una nuova crisi metterebbe in ginocchio l’intera economia della zona. In attesa di rassicurazioni sulle prospettive del settore auto, si guarda al futuro senza escludere di svincolarsi dalla
    dipendenza economica che lega Termini Imerese al marchio torinese. Lo stabilimento Fiat e la centrale Enel sono, comunque, le uniche realtà industriali della zona.
    E se la Fiat e il comparto dell’auto restano i simboli della crisi del sistema industriale italiano, i settori a rischio in realtà sono molti: chimica, le medie imprese manifatturiere, le telecomunicazioni, il settore bancario, l’edilizia. Non bastasse, il governo ha rincarato la dose
    con la legge 30, che ha dato un’ulteriore scossa ai diritti e alle tutele del mercato del lavoro.
    Lavoratori sempre più precari, e sempre più poveri, dunque. Tanto da far parlare Epifani – dalle pagine del Corriere della Sera – di una nuova «campagna
    d’autunno». «Bisogna intervenire adottando una vera politica dei redditi, tornare
    agli accordi del 1993 che prevedevano la messa sotto controllo di prezzi e tariffe.
    Il divario tra il valore delle pensioni e dei salari e il costo della vita sta diventando
    allarmante». «Ci vogliono – propone Epifani – investimenti pubblici e consumi privati, così hanno fatto gli Usa. È chiaro che con redditi che perdono valore le famiglie non consumano. Occorre controllare l’indice dei prezzi, fatto di tante piccole cose». Ancora: «Ci sono i
    segni di una rivolta civile del lavoro dipendente messo a rischio dalla diminuzione dei diritti e dei salari. Senza contare la necessità di aggregare tutti i soggetti per un’unità più vasta possibile». Il fronte sindacale, intanto, si va ricompattando anche in vista dei rinnovi
    contrattuali, che tra settembre e dicembre interesseranno tessili, chimici, edili, braccianti e il pubblico impiego, eccezion fatta per i ministeriali.