In Europa un esercito di 37 milioni di precari

26/02/2007
    sabato 24 febbraio 2007

    Pagina 17 – Economia & Lavoro

    In Europa un esercito
    di 37 milioni di precari

      Diritti e tutele negate, stipendi da fame: in 7 anni
      nella Ue i lavoratori atipici sono cresciuti di 12 milioni

        di Bruno Ugolini

        SENZA FRONTIERE – Trenta milioni di donne e di uomini. Tutti con contratti «atipici» ovverosia a tempo. Abitano l’Europa allargata, quella composta di 25 Paesi. Un vero e proprio esercito di persone che non hanno la sicurezza del proprio lavoro. Anche se molti affermano che non bisogna stupirsi perché sarebbe un fenomeno connaturato alla fine del cosiddetto fordismo, un vecchio, superato modo di produrre. Oggi, per produrre, sarebbe necessaria un’estesa flessibilità e, naturalmente, la privazione di elementari diritti e tutele.

        Del resto quel dato impressionante dei 30 milioni è già superato. Risale al 2005. Ora, nel 2007, siamo a 37 milioni. La crescita è vertiginosa se si pensa che nel 2000 erano 25 milioni. Un balzo del 12,6 per cento. Sono numeri e statistiche raccolte in uno studio («I lavori precari in Europa») curato dalla Confederazione europea dei sindacati e annesso ad una risoluzione sulla contrattazione collettiva. Lo studio è stato poi tradotto e pubblicato da Conquiste del lavoro, il quotidiano della Cisl. Ed è interessante annotare come il panorama europeo registri i progressi fatti in alcuni Paesi, ma anche notevoli situazioni di regresso. La Spagna, ad esempio, registra sei milioni di lavoratori temporanei, cinque milioni in Inghilterra, in Francia l’80 per cento delle assunzioni sono per contratti a termine. C’è anche l’Italia, qui catalogata con un po’ d’enfasi, visto che si dichiarano tre milioni tutti «falsi lavoratori autonomi».

        Ma ecco comparire, nella Grande Germania, i mini-jobs. Sono lavori che interessano sei milioni di persone, e solo una parte di loro (un milione e 400 mila) li adottano come secondo lavoro. Gli altri campano con 400 euro il mese, senza limitazioni dell’orario di lavoro. La denuncia sindacale s’indirizza altresì nei confronti del lavoro interinale, spesso utilizzato dagli imprenditori «per minare la posizione contrattuale delle organizzazioni sindacali». Capita in tal modo che le richieste salariali considerate eccessive siano punite con il ricorso al lavoro in affitto.

        Diversa in parte la situazione in Belgio dove il principale problema identificato fa ricordare i nostri falsi lavoratori a progetto. Capita, infatti, che le imprese ricorrano a lavoratori chiamati autonomi provenienti dall’Europa centrale e orientale. Questo per aggirare il pagamento di salari derivanti dalla contrattazione collettiva, se non addirittura il salario minimo fissato per legge. Più roseo il panorama

        nei Paesi Bassi dove la popolazione lavorativa flessibile si è ridotta dal 10,3 del 1998 al 6,6 del 2003. C’è però da dire che la liberalizzazione introdotta nel lavoro interinale ha fatto sì che un lavoratore su quattro operi per agenzie che non versano i contributi previdenziali o che non corrispondono i salari stabiliti dalla contrattazione.

        È interessante poi osservare la situazione che si sta determinando nei Paesi dell’Est. Ad esempio in Slovacchia si permette il ricorso ai contratti a tempo determinato per un periodo di tre anni. Ma «qualora vi siano le giustificazioni per farlo» la pratica può essere estesa a tempo indefinito. Una specie d’assegno in bianco agli imprenditori. Inoltre tali rapporti di lavoro possono essere rescissi da un momento all’altro. Esistono poi «falsi lavoratori autonomi», sotto l’etichetta di «licenze commerciali». Mentre in Polonia si annota un balzo enorme: i lavoratori a tempo determinato sono passati dal 4 per cento del 1999 al 26 per cento del 2005. Rappresentano il 60 per cento dei giovani.

        Secondo l’analisi dei sindacati europei, l’eccessiva flessibilità spinge gli imprenditori a considerare i lavoratori «come un bene dal quale ci si può facilmente privare in caso di difficoltà». E quindi non s’investe nella loro formazione. La percentuale di quanti hanno ricevuta formazione è, infatti, calata dal 30,6 per cento del 2000 al 27,3% del 2005. E tra gli interinali solo il 18 per cento riceve una formazione. Inoltre la necessità dell’apprendimento permanente è spesso negata ai flessibili a causa della loro condizione: bassi salari, lungo orario di lavoro, rapporti di lavoro gerarchici. Tutti elementi che «demotivano le aspirazioni verso il miglioramento delle proprie capacità». Così costoro «non mostrano un forte attaccamento all’impresa e presentano una scarsa motivazione a collaborare».

        È significativo il fatto che gli studiosi della Ces considerino come la migliore esemplificazione della precarietà il caso Italia. Qui, scrivono, il precedente governo Berlusconi ha introdotto «diverse tipologie di contratti di lavoro che permettono di destabilizzare i diritti essenziali». La polemica europea investe anche una tesi, cara ad una parte dei giuslavoristi italiani: l’estensione della precarietà deriverebbe dall’eccessiva protezione di cui godono i lavoratori assunti con contratti standard. La via d’uscita? Tra i punti indicati dalla Ces ve n’è uno: «Promuovere comportamenti positivi dei datori di lavoro offrendo incentivi fiscali e parafiscali a coloro che non fanno ricorso al lavoro precario».