In Europa dialettica sociale «calda» ma civile

02/07/2002



Martedí 02 Luglio 2002

Dalla Francia alla Spagna, i cambiamenti provocano scontri aspri, però la violenza appartiene soprattutto alla storia italiana
In Europa dialettica sociale «calda» ma civile
ROMA – L’allergia alle riforme supply side prende la forma del conflitto sociale e l’Europa che cambia volto e sempre più assume connotati di centro destra deve vedersela con scioperi e tensioni d’ogni tipo, proprio mentre il clima congiunturale non vuol più saperne di rimettersi al bello. Ne sa qualcosa Jose Maria Aznar che alla vigilia del recente vertice di Siviglia ha incassato una huelga general contro il progetto di riforma del sussidio di disoccupazione in base al quale viene ritirato l’assegno a chi per tre volte rifiuta le offerte di lavoro dell’Inem. Ma anche la Grecia del socialista Simitis è stata bloccata da uno sciopero generale di protesta contro la riforma del sistema pensionistico, la cui discussione è appena iniziata in parlamento. E non è un caso che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti abbia accolto senza grande entusiasmo le sollecitazioni del Governatore della Banca d’Italia a modificare in profondità il sistema previdenziale. Tutti sanno che quella pensionistica era e rimane la riforma più importante da fare per l’Italia, se si vuole cercare di curare la malattia cronica del debito pubblico; ma è ancora vivo il ricordo della manifestazione da più di un milione di persone che segnò il destino del primo governo Berlusconi. Per tener conto delle controindicazioni che questa "allergia" può comportare, ciascun leader usa gli ingredienti politici che gli sono più congeniali: per esempio Tony Blair, che ha sempre avuto grande attenzione ai media, ai sondaggi e a non perdere mai del tutto il filo del dialogo con le Unions non ha mai esitato nel correggere il tiro quando il termometro dei consensi tendeva a precipitare. Nel mondo anglosassone, del resto, la storia delle relazioni industriali ha conosciuto ben altre durezze. Anche chi non ha visto il film Billy Elliot ha oggi un’idea abbastanza precisa della drammaticità del confronto durato un intero anno e conclusosi nel marzo del 1985 fra la signora Thatcher e i minatori in sciopero guidati da Arthur Scargill, alfiere via via sempre più isolato della difesa del posto di lavoro qualunque sia il costo per la società. E se invece si parla di scioperi nei servizi essenziali basta ricordare la mossa spettacolare di Ronald Reagan nel 1981, quando alla fine dell’estate il presidente degli Stati Uniti sostituì oltre 11 mila controllori di volo in sciopero da mesi ed eliminò i loro nomi dalle buste paga del Governo federale. Insomma, i momenti di svolta non sono mai "pranzi di gala", si potrebbe osservare. L’Italia, però, deve vedersela anche con una tragica peculiarità, che fa parte della sua storia: è un paese che ha vissuto gli anni di piombo, dai quali è uscito anche grazie al grandissimo senso dello Stato dimostrato dal sindacato. È un paese nel quale la passione per le riforme della società e dell’economia può costare la vita a chi la coltiva, come dimostrano la storia di Ezio Tarantelli, quella di Massimo D’Antona e quella di Marco Biagi. Parecchi anni fa, lo scrittore triestino Umberto Saba osservava: «Vi siete mai chiesti perchè l’Italia non ha avuto in tutta la sua storia una sola vera rivoluzione? Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi: Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti. Sono l’unico popolo che abbiano all’interno della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una vera rivoluzione. Gli italiani vogliono darsi al padre ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli». Allora, la modesta proposta potrebbe essere: e se provassimo a cambiare mito di fondazione?

Rossella Bocciarelli