In due agende e un floppy gli ultimi misteri d´Italia

03/03/2003

3/3/2003
            retroscena
            Guido Ruotolo

                      AL VIMINALE, L´EUFORIA SI MISCHIA AL DOLORE, ALLA RABBIA PER IL «PREZZO» DI VITE UMANE
                      In due agende e un floppy gli ultimi misteri d´Italia
                      Non sono ancora stati aperti i documenti sequestrati ai due terroristi per paura che una mano inesperta cancelli quei contenuti «preziosi»

                      ROMA
                      ABBIAMO svoltato, il cerchio si sta chiudendo». Al Viminale, l´euforia si mischia al dolore, alla rabbia per il «prezzo pagato» in termini di vite umane. Guardando oltre la scena del delitto, in quello scompartimento del Roma-Firenze forse è stato trovato «il bandolo della matassa» che ha portato ieri il ministro dell´Interno, Beppe Pisanu, a dire che «si sta avvicinando il momento per rendere giustizia alla memoria del professore Biagi e D´Antona». Insomma, pur se in modo fortuito e tragico, la polizia potrebbe essere inciampata sugli assassini dei due giuslavoristi e collaboratori dei ministri del Lavoro, o che hanno fatto parte dei gruppi di fuoco delle Br che sono entrati in azione il 20 maggio del 1999 a Roma e il 19 marzo del 2002 a Bologna, anche se ieri ha sparato una calibro 7,65 mentre per D´Antona e Biagi fu utilizzata una pistola calibro 38.
                      Scaramanticamente, per non creare attese che potrebbero andare deluse, l´investigatore dell´Antiterrorismo ripete che «intanto procede la procura di Firenze per omicidio e tentato omicidio», riferendosi ai due uomini della Polfer. Ma le attese, è inutile negarlo, ci sono e probabilmente non andranno deluse. Intanto, la scena del delitto, al di là di quelle macchie di sangue, del corpo senza vita dell´agente della Polfer, ha lasciato diversi indizi. Spiega l´uomo dell´Antiterrorismo: «Dai primi elementi, i due hanno commesso degli errori. Per esempio, nella storia delle Brigate Rosse, i clandestini si spostavano sempre da soli e in questo caso viaggiavano in coppia». Ancora ieri sera non erano state aperte le due agendine elettroniche e il floppy disk sequestrati ai due terroristi, per un «motivo di cautela», per paura che una mano inesperta cancellasse i contenuti «preziosi» di quel materiale. Gli investigatori stavano aspettando i tecnici delle case produttrici delle agendine e dei floppy per non commettere errori. Si comprende, dunque, il «nervosismo» di queste ore d´attesa: quelle agendine potrebbero rivelarsi molto utili. Mario Galesi e Desdemona Lioce hanno presentato documenti falsi agli uomini della Polfer. «I documenti – racconta chi li ha visti – presentavano degli errori grossolani: erano scritti a mano». Secondo una prima verifica, si tratta di carte d´identità rubate in bianco a Tivoli, nel 2000. Un indizio importante, che può fare ipotizzare che nella zona dei castelli romani le Br abbiano avuto o abbiamo ancora un covo, una base. Anche perché nella storia degli Ncc, dei Nuclei comunisti combattenti di cui si sospetta che Galesi e Lioce abbiano fatto parte, c´è un episodio che risale al 25 dicembre del 1992, quando il segretario della locale sezione del Partito socialista consegnò ai carabinieri due volantini, con intestazione «Nuclei comunisti combattenti», rinvenuti una decina di giorni prima. Il fatto poi che i due terroristi fossero partiti all´alba dalla stazione Tiburtina rafforza il sospetto che a Roma ci possa essere una base logistica delle Brigate Rosse. I due terroristi dovevano arrivare ad Arezzo alle 8,30, ieri mattina. Perché Arezzo, per fare cosa? Per il momento, si possono fare soltanto congetture: «Si può ipotizzare – spiega l´investigatore – che dovevano partecipare a una riunione, incontrarsi con altri brigatisti. Oppure che stavano recandosi sul posto per fare controinformazione su qualcuno. Insomma, per studiare i percorsi e le abitudini di un possibile bersaglio. Il fatto che fossero "armati" di una viodeocamera potrebbe far supporre che stessero lavorando a una inchiesta su qualche possibile vittima». Arezzo, dopo Roma e Bologna? Gli investigatori non si sbilanciano, e intanto riaprono il fascicolo della rapina, avvenuta quasi un mese fa, all´ufficio postale di via Torcicoda, nella periferia di Firenze. Il 6 febbraio, alle nove del mattino, quattro rapinatori, tra cui una donna (o forse due), armati di pistole e di mitra, un Kalashnikov, fanno irruzione nell´ufficio postale. Del gruppo, due entrano con il volto coperto con caschi, gli altri due irriconoscibili grazie alle sciarpe. Bottino: 67.000 euro. Il sospetto è che Mario Galesi e Desdemona Lioce potrebbero aver partecipato a quella rapina. Ieri mattina Desdemona Lioce, ai poliziotti che le chiedevano la sua identità non ha voluto rispondere. Si è chiusa in un silenzio sospetto fino a quando, da Roma, non è arrivato chi l´aveva conosciuta nella metà degli Anni Novanta, e l´ha invitata a farsi riconoscere: «Dai, Nadia…». Solo a quel punto lei è sbottata: «Se sai che sono Nadia, sai pure che sono brigatista…». Il sospetto che fosse una «operativa» delle Brigate Rosse, gli uomini della Digos di Roma l´hanno avuto sin da quando, pur non avendo nessun debito da scontare con la giustizia, lei si era resa irreperibile. E come per Michele Pegna – poi arrestato e scarcerato – e per Mario Galesi, il gip di Roma ha emesso un´ordinanza di custodia cautelare anche per Desdemona Lioce, sulla base di indizi tenui ma con la certezza che spettava a loro, agli indagati, l´onere della prova della loro innocenza. Per Pegna, così sembra essere andata. Per Galesi e Lioce, invece, la drammatica cronaca di ieri ha rappresentato la conferma dei sospetti della Digos di Roma. Dopo quasi quattro anni dall´omicidio D´Antona, e dopo tentativi all´apparenza andati a vuoto – come l´arresto e la scarcerazione di Alessandro Geri, il presunto telefonista che rivendicò l´omicidio di via Salaria, e l´inchiesta del Ros dei carabinieri su Iniziativa Comunista – adesso il «mistero» delle nuove Brigate Rosse inizia a non essere più tale.