In difesa del potere d’acquisto

20/07/2004





 
   
martedì 20 Luglio 2004
POTERI






 

SINISTRA
In difesa del potere d’acquisto

Confronto su politica dei redditi e ruolo della produttività

GIOVANNA FERRARA


Hanno parlato di «qualcosa di sinistra», ieri, i partiti dell’opposizione. In un seminario dal titolo «Potere d’acquisto dei salari e delle pensioni» il confronto ha usato l’alfabeto dei problemi reali, lontani dalle quisquilie sul contenitore della lista unitaria o sul marchio elettorale. E lo hanno fatto partendo dai dati esposti da Agostino Megale, presidente Ires Cgil: tra il 1996 e il 2001 i salari reali (potere d’acquisto) sono cresciuti dello 0,7%, mentre nel triennio successivo l’andamento è stato, invece, negativo (-1,4%). «Dunque – prosegue Megale – i numeri precipitano in assenza di una buona politica dei redditi e di una buona concertazione». E’ Riccardo Bellofiore, ordinario di Economia monetaria presso l’Università di Bergamo, a continuare a tracciare un ritratto dell’attuale situazione: «Assistiamo a un primato della finanza sulla produzione, a una gestione macroeconomica restrittiva e alla prevalenza, all’interno del mercato, di una dimensione frammentata rispetto a una coesa». Da queste premesse discende, secondo l’esperto, il ricorso alla flessibilità e alle esternalizzazioni, oltre che una polverizzazione delle forme di solidarietà. «Si tratta – continua Bellofiore – di meccanismi che non si possono cavalcare. Occorre anzitutto abolire la legge 30, allo Stato spetta il compito di intervenire». Alla base del vademecum proposto, lo studioso ha messo delle valutazioni empiriche, adducendo anzitutto l’evidenza che, a partire dagli anni 70, i salari sono cresciuti meno della produttività, e poi quella che descrive, dal `96 in poi, l’erosione dei salari da parte dell’aumento dei prezzi.

Sempre sull’inflazione, poi, si è speso l’intervento di Carlo Dall’Aringa, dell’Università Cattolica di Milano, che ha sottolineato come non solo l’aumento dei prezzi sia stato crescente negli ultimi tre anni rispetto ai tre precedenti (e maggiore della media europea), ma anche come la produttività abbia oscillato tra una crescita mediocre e uno sviluppo zero. Il docente crede più «alla scuola di pensiero che postula il primato della redistribuzione della produttività, rispetto a una politica salariale aggressiva – che, pur aumentando la produttività, farebbe crescere anche la disoccupazione». «Ma – aggiunge – in Italia la produttività non cresce». Bisogna puntare su politiche che la stimolino ma che, al tempo stesso, producano occupazione, poiché le due variabili non possono alimentarsi l’una a discapito dell’altra. Inoltre, per combattere l’inflazione si deve incidere sui settori da cui nasce: servizi, prezzi agricoli e tariffe locali».

A parlare per la Cgil c’era Carla Cantone. Subito un rimando al documento presentato da Montezemolo: «Secondo Confindustria, il declino si risolve con la riduzione del costo del lavoro e il mantenimento del conflitto. Ma, nel mondo del lavoro, c’è una questione che si chiama povertà, derivante dalla crisi occupazionale, da una politica economica iniqua, da una diseguale ridistribuzione dei redditi. Ed è proprio la politica dei redditi che va rimessa al centro, per evitare il ricatto della precarietà e quello delle delocalizzazioni». La rappresentante sindacale lamenta come tutto sembra ora convergere sulla ridefinizione di un modello contrattuale, rispetto al quale, comunque, «bisogna che le parti sociali formulino una proposta unitaria». Ma sottolinea che il dibattito deve vertere soprattutto su quale politica industriale si intende porre in essere per assicurare lo sviluppo. Così anche Paolo Sabatini dei Cobas, che parla del conflitto sociale «come di un modo che permette di mantenere viva l’attenzione sulla questione salariale, visto che il lavoratori soffrono ormai continuamente della crisi della quarta settimana», non riescono, cioè, ad arrivare a fine mese. Durante il suo intervento Tiziano Treu è andato a prendere una boccata d’aria.