In cooperativa il lavoro tiene

14/01/2011

Maggiore capacità di reazione. Minore sofferenza, soprattutto sul fronte occupazionale. Il confronto tra cooperative e imprese si chiude a favore delle prime sulle quali i dati danno un verdetto molto chiaro: la crisi ha avuto un impatto inferiore. Dall’indagine Fondazione Nord Est e Legacoop, presentata ieri nella prima delle giornate dell’economia cooperativa nella sede del Sole 24 Ore, emerge chiaramente che le variazioni tendenziali parlano di un calo dei principali indicatori, ma di un calo decisamente inferiore. A essersi "salvate" sono state soprattutto le cooperative che operano su più tipologie di servizi, su territori non limitati, che realizzano prodotti innovativi e hanno diversificato. E che operano in due settori in particolare, ossia la grande distribuzione e l’agroalimentare.
Nella ricostruzione dello scenario quasi tutti gli interpellati – 47 – hanno affrontato la questione inglobandovi fin da subito il tema del lavoro considerato come la spina dorsale della cooperazione stessa e alla base delle motivazioni delle scelte strategiche dei dirigenti del settore. «Le cooperative hanno creato 500mila posti di lavoro in dieci anni», rivendica con orgoglio il presidente di Legacoop, Giuliano Poletti. E così oggi in Italia «ci sono 1,1 milioni di persone che lavorano nelle cooperative», stima Poletti. Durante la crisi le coop hanno fronteggiato le difficoltà ricorrendo ai contratti di solidarietà nel tentativo di mantenere i livelli occupazionali. Per Poletti il contratto nazionale «serve» e va difeso: «Va riformato, ma è possibile anche un cambiamento contrattato». In Italia «non esiste solo un metodo Marchionne e il progetto Fabbrica Italia di Fiat», aggiunge Poletti. Legacoop contrappone una soluzione diversa e ha già detto che farà il suo congresso e che si chiamerà Cooperativa Italia, simbolo di «un’Italia che collabora e si prende le sue responsabilità». In cima alle agende, per il giuslavorista Carlo Dell’Aringa, «bisognerebbe mettere la questione fiscale perché c’è una tenaglia che stringe su un paese dove il costo del lavoro è alto e il reddito dei lavoratori è basso». Il leader della Cgil, Susanna Camusso, aggiunge che in Italia «c’è un tema straordinario che si chiama sistema. Se una impresa non fa ricerca, non vende i suoi prodotti, non si può scaricare la colpa sui lavoratori e dare la responsabilità alla pausa di 10 minuti. Forse c’è un problema di gestione». La filosofia che sta passando, però, è che, in ragione del cambiamento, «si può distruggere tutto quello che capita sul cammino – aggiunge Camusso –. La rappresentanza diventa un ostacolo e la libertà di avere un’opinione diversa diventa un ostacolo. Per questo bisognerebbe parlare di libertà e rappresentanza come strumenti fondamentali di democrazia. Se ne parla troppo poco. La cronaca prevale sempre, il pensiero lungo è scomparso da ragionamenti».


Il quadro descritto dagli indicatori economici trova una conferma nell’approccio delle cooperative all’occupazione. Un tema che necessita di una premessa. Come spiega Daniele Marini, direttore scientifico della Fondazione Nord Est, «l’aspetto peculiare delle cooperative è la stabilità. I contratti a tempo indeterminato sono di gran lunga una maggioranza, mentre il ricorso ai lavori flessibili è contenuto. Sul fronte dell’organizzazione c’è molta coesione sia per gli orari con il ricorso ai part time, alle isole di lavoro a orario sociale, alla banca del tempo, sia per il coinvolgimento e l’informazione, sia per le pari opportunità e la conciliazione dei tempi. Inoltre si cerca di privilegiare la professionalità e il merito e in 45 delle 47 cooperative intervistate sono stati introdotti elementi che valorizzano questi due aspetti».