In Confindustria critiche al leader «La partita è persa, non insistere»

08/03/2002
La Stampa web






    retroscena
    Flavia Podestà


(Del 8/3/2002 Sezione: Economia Pag. 2)
MERCOLEDI´ ACCESA RIUNIONE DEL DIRETTIVO DI VIALE DELL´ASTRONOMIA
In Confindustria critiche al leader «La partita è persa, non insistere»

UNITI sul principio, ma inesorabilmente divisi alla meta. In Confindustria la diaspora non è ancora conclamata. Anzi, i più la vorrebbero evitare. Ma il disagio cova sotto la superficie – alimentato dall’incaponirsi del vertice sulla riforma dell´articolo 18 dello statuto dei lavoratori – e trapela nei colloqui confidenziali, per esplodere nelle sedi deputate, come è avvenuto mercoledì in consiglio direttivo. Dove, davanti a un quasi silente Stefano Parisi – lo stesso direttore generale che, quindici giorni fa a Torino, si intestardiva ad incrociare le lame persino con il mite Savino Pezzotta per sostenere l´equazione «art. 18 = occupazione», mentre l´altro ieri doveva aver già appreso dall´inseparabile Maurizio Sacconi del dietro front del governo – le critiche si scaricavano sul tavolo di Antonio D´Amato. «Nulla di personalizzato – si affrettano a spiegare, dopo aver chiesto di conservare l´anonimato, alcuni membri del direttivo interpellati telefonicamente – ma critiche di merito: sul non senso di immolarsi per una partita, nei fatti, tanto marginale e ormai persa», per il rifiuto del governo di giocarsi la pace sociale su una quisquilia. «L´ho detto anch´io a D´Amato e gliel´ho ripetuto telefonicamente questa mattina: il gioco non vale la candela», conferma Cesare Romiti, uno dei pochi big ad aver partecipato l´altro giorno al direttivo da cui mancavano sia Paolo Cantarella, sia Marco Tronchetti Provera, sia il presidente dell´Assolombarda Michele Perini, all´estero per affari. All´appuntamento confindustriale, D´Amato si è trovato a fianco, nelle vesti di paladino irriducibile, il solo Francesco Rosario Averna che, nei piani alti del palazzone romano di viale dell´Astronomia, occupa la casella di consigliere incaricato per il Mezzogiorno. «Ma qui sta il punto», spiegano i potentati industriali delle provincie venete ed emiliane: quelle, per capirci, che spontaneamente (le prime) e dopo attenti calcoli (le seconde, con l´eccezione di Parma che per l´imprenditore napoletano ha tifato fin dall´inizio) hanno dato un contributo sostanziale al trionfo di D´Amato nella corsa per la successione a Giorgio Fossa. «Sul piano dei principi la battaglia di Confindustria per la riforma dell´articolo 18 è sacrosanta», esordiscono da Vicenza a Bologna, da Mantova a Ravenna senza soluzioni di continuità. Spiegano, infatti, che – in materia di licenziamenti individuali disciplinari (quelli oggetto dell´articolo in questione) – «la giusta causa», nei tribunali del BelPaese, «esiste solo in un´unica direzione»: cioè «non esiste mai per l´azienda, per la quale neanche un ammanco è titolo per troncare un rapporto di lavoro». Vanno, poi, all´attacco dei tempi eterni della giustizia «che impiega anche dieci anni a risolvere un contenzioso di lavoro, per imporre nella quasi totalità dei casi il reintegro»: con il corollario che «l´azienda è costretta a versare, per l´intera durata del processo, retribuzioni al lavoratore che, nel frattempo, in fabbrica non si è mai più visto». E concludono ribadendo che, quel famigerato particolare dello statuto dei lavoratori, è fonte di nanismo perpetuo per le piccole imprese: l´art.18, insomma, rappresenterebbe un vincolo insuperabile alla crescita delle aziende con meno di 15 dipendenti «che preferiscono dar vita ad imprese collegate piuttosto di assumere il sedicesimo dipendente che le condanna alle force caudine». Come dar loro torto se, persino un economista come Giacomo Vaciago – che non può certo essere iscritto nelle file reaganiane – teorizzava, in margine alla presentazione all´Università Cattolica dell´ultimo lavoro dell´ex ministro del Lavoro Tiziano Treu, che «quell´articolo non dovrebbe più avere cittadinanza»? «Piena sintonia con D´Amato sul principio, dunque». Ma sul piano della concretezza la musica cambia. Tutte le associazioni territoriali in questione, infatti, concordano su un punto: «Nella versione di Maroni, che l´ha ridotta all´osso e prevista essenzialmente per le imprese che emergeranno, la riforma è un non senso. Specie nel Nord, dove le singole controversie si risolvono monetizzando, e chiudendo la partita il più presto possibile». Per cui «non vale proprio la pena di immolarsi per un´inezia». Oggi, soprattutto, che le imprese si augurano di portare a casa qualcosa almeno sul terreno «della riforma del collocamento e degli ammortizzatori sociali, e dell´arbitrato» – tutti temi sui quali il confronto con il sindacato e il governo è inevitabile – per compensare l´amaro in bocca lasciato da questo primo scorcio di legislatura, avara di concessioni concrete alle ragioni dell´impresa. Le «aperture di credito degli industriali alla Casa delle libertà», che a Parma, in occasione delle Assise Generali, erano addirittura «entusiastiche» e che ancora a fine estate erano «buone» – spiegano nelle territoriali della padania – sono diventate a fine anno aspettative «senza aggettivi»: ed «ora rischiano di risolversi in perplessità». L´impresa, infatti, «paga più tasse di prima» in cambio di nulla e non si accontenta più di promesse: specie se a lunga scadenza come quelle fiscali. La cattiva congiuntura non glielo consente. Di qui la speranza di avere qualcosa almeno sul piano del lavoro, che il braccio di ferro ad oltranza vanifica. Di qui l´appello a D´Amato: «Evitiamo il suicidio».

 

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