In attesa di rifondarsi, Confindustria si adegua

06/11/2002

ItaliaOggi (Economia e Politica)
Numero
263, pag. 7 del 6/11/2002
Mario Unnia


Con le modifiche statutarie.
In attesa di rifondarsi, Confindustria si adegua

Quando un partito o una organizzazione di interessi decide di modificare lo statuto, i casi sono due: o si tratta di una rifondazione ideologica e programmatica, oppure di un adeguamento a nuove condizioni operative imposte da cambiamenti esterni o interni all’organizzazione stessa. Le annunciate modifiche dello statuto di Confindustria, approvate martedì 22 ottobre dal direttivo e che saranno portate prima alla giunta e poi all’assemblea straordinaria di fine anno, sembrano rientrare nel secondo caso.

Nella storia di Confindustria non sono stati frequenti né gli atti di rifondazione, né gli interventi di adeguamento. Il caso più rilevante di ridefinizione di quella che gli aziendalisti chiamerebbero la mission va sotto il nome di Rapporto Pirelli. Siamo nel 1969, il parlamento vota lo Statuto dei lavoratori. In quel clima, che passerà alla storia come autunno caldo, durante la presidenza di Angelo Costa si costituisce una commissione per redigere un rapporto che precisi il ruolo pubblico dell’imprenditoria privata nel nuovo contesto politico e sociale. Confindustria inizia un ciclo di rinnovamento, nasce il gruppo dei Giovani industriali e la Federmeccanica: due modifiche strutturali del sistema confindustriale. Un documento di Giovanni Agnelli sulla missione della Confindustria ne anticipa la presidenza che assumerà nel ’74.

Ho rievocato il periodo a cavallo degli anni 60 e 70 perché è coinciso con una rifondazione di Confindustria: gli imprenditori hanno affermato che l’interesse dell’impresa è un tutt’uno con l’interesse collettivo, la difesa dell’istituzione che produce reddito deve precedere la legittima negoziazione tra capitale e lavoro su come ripartire la ricchezza prodotta, e l’equidistanza del potere politico deve garantire l’autonomia delle parti sociali. Come si vede, un bel salto in avanti rispetto alla logica prevalentemente lobbistica e sintonica al governo che aveva caratterizzato il passato, e una presa di posizione forte rispetto agli orientamenti politici e sindacali degli anni 70.

Negli anni successivi Confindustria non ha compiuto atti rifondativi di quella portata. Sono avvenuti altri cambiamenti, in particolare la progressiva crescita nell’organizzazione del ruolo delle imprese medie (presidenze Merloni, Pininfarina e Abete) e più recentemente delle piccole (presidenza Fossa); si è sviluppata la concertazione, che ha portato gli imprenditori e i sindacati a una sorta di amministrazione con il governo di larghe quote di pil; si è venuto accentuando ai vertici dell’organizzazione il peso delle realtà territoriali; si è aperta la nuova e più impegnativa sede europea per l’attività di lobby.

Le riforme annunciate oggi si muovono nella logica dell’adeguamento dei meccanismi organizzativi lungo due direttrici, la regionalizzazione e il coordinamento in Europa delle presenze delle singole categorie. In sostanza, le imprese vengono inquadrate in una matrice organizzativa che vede da un lato le Confindustrie regionali, deputate ai rapporti con le regioni, e dall’altro le federazioni di settore, un processo questo in via di completamento. Al vertice dell’organizzazione il compito dei rapporti con i governi, nazionale ed europeo.

Questa redistribuzione dei compiti, che è una redistribuzione dei poteri, è stata all’origine del dibattito che ha accompagnato la lunga elaborazione della riforma. Si temeva che un’accentuazione dei poteri alla periferia, indotta per altro dalla necessità di adeguarsi alla riforma federalista, incrinasse l’unità dell’organizzazione, notoriamente impegnata sul fronte della piccola impresa in una serrata concorrenza con altre associazioni, e sollecitata dai governi locali a intese divergenti da quelle nazionali.

Per evitare questo pericolo, si è pensata una modifica della procedura di scelta del nuovo presidente: saranno scelti nove saggi, tra questi la giunta sceglierà tre membri che procederanno alla consultazione della base e indicheranno i candidati che hanno raggiunto almeno il 15% dei consensi; la giunta voterà il nuovo presidente che si presenterà all’assemblea per il voto finale.

È difficile dire se questa procedura più corale della precedente (fino a ieri i saggi designatori coincidevano con i tre ex presidenti) sarà sufficiente a contenere le divergenze e le tensioni interne all’organizzazione: se le tensioni ci sono le procedure non bastano. È noto che le piccole imprese chiedono servizi, le grandi chiedono politiche e lobby; le trasformazioni in atto nei rapporti di lavoro portano a contratti collettivi che, trattando sempre più argomenti comuni a tutte le categorie, finiranno per dar vita a un unico contratto collettivo (le differenze le faranno i contratti aziendali), e quindi renderanno in parte superate le federazioni di settore costruite sui contratti differenziati; il federalismo potrebbe rivelarsi una deriva disastrosa, da ostacolare anziché favorire, perché le Confindustrie regionali potrebbero essere attratte da un eccesso di protagonismo che prende le distanze da Roma.

A ben vedere ci sarebbero le condizioni per una rifondazione di Confindustria: il capitalismo attraversa una crisi valoriale che riguarda le finalità e le modalità di operare, la new economy ha lasciato segni profondi nella cultura imprenditoriale, non profit e volontariato delineano realtà economiche alternative e concorrenti dell’impresa che fa profitto. L’esigenza della corporate governance ripropone l’autoregolazione delle imprese attraverso i codici di comportamento (vedi l’autodisciplina delle società quotate e il dl 231/2001 sulle responsabilità amministrative delle persone giuridiche), mentre tornano a volare le tangenti. Il clima del nostro tempo non è meno caldo di quello del ’69.

Se però Confindustria si è limitata all’adeguamento, vuol dire che la sua rifondazione non è ancora matura. Ma è differita di poco. Il documento ´Linee guida per la costruzione dei modelli di organizzazione, gestione e controllo’ presentato da Confindustria nel marzo scorso può essere un buon punto di partenza per lo sviluppo di un’integrità imprenditoriale e manageriale che vada oltre la conformità alla legge.

Mario Unnia