In 16 sul tetto di Termini

20/01/2010

«È il primo segnale: Fiat comincia lo smantellamento». Gli operai di Termini Imerese non sembrano neppure sorpresi. Ieri mattina 16 dei diciotto dipendenti della Email Delivery sono saliti sul tetto del capannone dove si trova la «finizione» delle Lancia Ypsilon. Avevano appena ricevuto la lettera di licenziamento, visto che l’azienda torinese ha deciso di «reinternalizzare» il loro lavoro. Da 25 anni presenti nello stabilimento, fianco a fianco con le tute blu marcate Fiat, ma «figli di un dio minore», ovvero «esternalizzati». Si occupano – ma solo fino al trentuno gennaio, ha deciso il Lingotto – della movimentazione e della pulizia dei carrelli che portano via gli avanzi di produzione. Ad oltre 20 metri di altezza, come tanti altri prima di loro, hanno così scelto di dar vita all’ultima disperata resistenza. I loro colleghi momentaneamente più «fortunati» hanno immediatamente dato vita a un’ora di sciopero per ogni turno, in segno di solidarietà. Roberto Mastrosimone, delegato della Fiom Cgil, non ha dubbi: «hanno preso a smantellare l’attività, cominciando da quelli più deboli; le società in appalto, i terzi, quelli che hanno un minor peso contrattuale rispetto alla Fiat». Per Giovanna Marano, segretaria regionale della Fiom, «la decisioni di interrompere il rapporto con la ditta esterna è un fatto grave, che mette altra benzina sul fuoco in una situazione già drammatica». La progressiva eliminazione dell’indotto di termini, secondo i suoi calcoli, «metterebbe a rischio 400 posti di lavoro». Quelli della Delivery sono rimasti sul tetto anche a tarda sera, dietro il loro striscione che ricorda i «25 anni di servizio». Ne ha trascorsi appena un po’ meno (18), lì dentro, Tommaso Lo Bue, 37enne con due figli piccoli a carico. «Non scenderemo da qui finché non avremo garanzie. Lavoro qui da 18 anni, se mi licenziano mi rovinano. Aiutateci!».
La decisone del gruppo torinese sembra anche ai suoi dipendenti incomprensibile, sul piano produttivo. «Se pure Fiat vuole andare via, non si capisce perché non rinnovi il contratto a questi lavoratori fin quando sarà attiva qui». I mercati ragionano però in tutt’altro modo. Ieri il titolo Fiat, in borsa, ha perso assai meno degli altri solo perché si rincorrevano voci sul possibile ingresso, nella mini-cordata che starebbe organizzando Simone Cimino, numero uno del fondo di investimento Cape Natixis, del costruttore indiano Reva. A Termini Imerese il nome di Cimino provoca reazioni piuttosto tranchant: «Cimino non esiste, parliamo di cose serie. Non ci si può improvvisare costruttori di automobili dall’oggi al domani ». Il manager italiano sta infatti facendo di tutto per accreditare l’ipotesi indiana. Ieri giurava di esser vicino a concludere una prima alleanza. «Entro questa settimana o nei primi giorni della prossima firmeremo il memorandum of understanding» per avviare a termini la costruzione di auto elettriche. Ma dice di star pensando anche ad «altre joint venture per far fronte ai problemi di infrastrutture sul territorio ».
Molte parole, pochissimi fatti finora. Il marchio indiano Reva è certamente un nome serio, di una certa rilevanza nel panorama internazionale. Risulta fra l’altro esser diventato il primo costruttore di auto elettriche al mondo, con oltre 30.000 vetture vendute ogni anno. Considerato all’inizio quasi come un fabbricante di giocattoli (Maini, il fondatore, aveva in effetti iniziato costruendo modelli telecomandati, e le sue autovetture elettriche sono anche oggi assai piccole e «spartane»), ha man mano scalato posizioni in questo particolare segmento di mercato. Che molti considerano al frontiera della mobilità futura. Sta di fatto, comunque, che dall’azienda indiana non è arrivata per ora alcuna conferma; e che la notizia è stata fatta circolare da Il Giornale. È infatti ormai alle viste l’incontro al ministero dello sviluppo economico (il 29 gennaio) sul problema dello stabilimento siciliano. E Scajola vorrebbe tanto che questa grana – sotto elezioni regionali – venisse sgonfiata. «Cimino a questo serve».