Imprese, solo il 4% non vuole vincoli ai licenziamenti

25/02/2002

Pagina 9 – Economia
L�ANALISI
Ricerca Ires-Cgil su 467 aziende. Flessibilit�? S� ma non troppo

Imprese, solo il 4% non vuole vincoli ai licenziamenti
          Il sondaggio condotto tra i datori di lavoro che utilizzano contratti atipici nelle assunzioni
          Il 27% motiva la sua scelta con la ricerca di specifiche figure professionali

          MAURIZIO RICCI


          ROMA – Flessibilit�? Solo un poco, grazie. E quel poco al momento di assumere, per organizzare meglio il lavoro, non per licenziare pi� facilmente: la flessibilit� in uscita � l�ultima delle preoccupazioni, sia nelle imprese piccole che in quelle grandi. Presi uno per uno, nei loro uffici aziendali, gli imprenditori italiani sembrano guardare con indifferenza alla gran tempesta sull�articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e l�allentamento dei divieti a licenziare: solo il 4,1 per cento – uno su venticinque – dichiara di assumere lavoratori al di fuori del contratto standard (tempo pieno e indeterminato) "per avere meno vincoli in caso di licenziamento".
          E, comunque, soprattutto nell�industria, gli imprenditori ricorrono ai contratti flessibili con grande parsimonia, come uno strumento utile, ma non la ricetta per tutti i mali. Sembrano piuttosto convinti che il loro interesse principale sia avere la stragrande maggioranza dei lavoratori saldamente collegati all�azienda dal vecchio contratto a tempo pieno e indeterminato, con diritti annessi e connessi.
          A far parlare per la prima volta, su uno dei temi di politica economica pi� dibattuti degli ultimi anni, direttamente gli imprenditori � stato l�Ires, l�istituto di ricerca della Cgil. La ricerca, curata da Aris Accornero, Giovanna Altieri e Cristina Oteri e pubblicata in questi giorni dalla Ediesse, � stata realizzata su un campione di 467 aziende, di tutti i settori, localizzate in Lombardia, Emilia Romagna, Lazio e Campania. "Volevamo capire come gli imprenditori utilizzano le nuove forme di lavoro flessibile – il part time, il lavoro interinale, le collaborazioni – ma ci siamo trovati di fronte a pi� di una sorpresa" spiega Giovanna Altieri.
          La prima sorpresa viene dai motivi per cui gli imprenditori ricorrono ai contratti flessibili. Il 27 per cento delle imprese interpellate lo fa per poter disporre di lavoratori con specifiche competenze professionali (difficili da trovare e poco disposti a fermarsi in un�azienda). Un po� meno di un quarto, come cuscinetto contro gli alti e i bassi della domanda. Il 17,6 per cento per ridurre i costi del personale. Il 12,3 per cento per provare un lavoratore prima di assumerlo (quasi un quarto del personale inviato dalle agenzie di manodopera viene trattenuto a tempo indeterminato). Il 10,2 per cento per introdurre nuovi turni di lavoro.
          I tecnici saranno interessati a sapere che si utilizza il part time per razionalizzare l�organizzazione del lavoro e il tempo determinato o le collaborazioni per gestire le oscillazioni della domanda. Ma il dato politico � che aggirare, con la flessibilit�, i vincoli al licenziamento � l�ultima delle motivazioni. La cita solo il 4 per cento del campione: nessuna delle aziende con pi� di 100 dipendenti, quasi il 9 per cento di quelle fra 20 e 100 addetti, solo l�1,1 per cento delle pi� piccole, fra 8 e 20 dipendenti.

          La seconda sorpresa viene dalla riluttanza a servirsi in misura massiccia delle opportunit� offerte dai contratti flessibili. Interessano pi� ai settori nuovi – come l�informatica – che a quelli tradizionali, come l�industria. Piacciono pi� al Sud che al Nord. Ma nessuno, neanche le imprese di pulizia, nicchia storica della flessibilit�, sembra puntarci troppo. Non perch� sia difficile farli: il 90 per cento delle aziende dichiara di non aver incontrato alcun ostacolo – sindacale o meno – a introdurre contratti flessibili. Ma la flessibilit� viene vista come un�opportunit� residuale: il 96 per cento delle imprese interpellate spiega di privilegiare il vecchio contratto indeterminato, quasi il 40 per cento non ha mai fatto ricorso al lavoro flessibile.
          Sono indicazioni che trovano riscontro nei dati generali dell�Istat e che sembrano escludere una crescita impetuosa dei contratti flessibili. Fra il 1997 e il 2000 il lavoro dipendente full time � cresciuto solo dell�1 per cento, quello temporaneo e il part time (che partivano, naturalmente, da numeri molto pi� piccoli) sono aumentati del 26 per cento. Ma � come se le imprese avessero fatto il pieno di flessibilit�: nel 2001, nonostante una crescita economica non entusiasmante, l�86 per cento della nuova occupazione creata nell�anno � derivata da contratti standard. Gli occupati vecchio stile sono aumentati di 335 mila unit� e quelli "atipici" solo di 55 mila.