Imprese italiane “colonizzatrici”

03/04/2007
    martedì 3 aprile 2007

    Pagina 9 – Economia

      IL CASO

      Imprese italiane "colonizzatrici"
      ma i marchi più noti vanno all´estero

        Il nostro paese segue l´Europa: in difficoltà nelle Tlc, protagonista con banche e energia Il saldo 2006 è positivo: 94 operazioni all´estero Ma gli stranieri vincono per valore

          LUCA IEZZI

          ROMA – Più colonizzatori che colonizzati. Il bilancio tra le imprese tricolori "conquistatrici" e quelle "conquistate" è in pareggio, se non in leggero vantaggio per i colori nazionali. I dati raccolti annualmente dalla società di consulenza Kpmg Corporate Finance dicono che proprio nel 2006 il numero di operazioni all´estero ha superato quelle subite sul territorio: 94 a 72. Se invece consideriamo il valore economico della varie transazioni il discorso si ribalta: 23 miliardi di asset hanno cambiato passaporto e 17 miliardi sono finiti nel portafoglio dei gruppo italiani. Nel 2005 era andata all´opposto: più operazioni per gli stranieri (88 a 70) ma maggiore controvalore per gli italiani (29 a 28).

          La percezione è opposta, le vicende Telecom e Alitalia, l´opa svizzera su Fastweb danno l´idea di un sistema sotto assedio, con gli imprenditori italiani incapaci di controbattere le offerte esterne: «C´è un effetto mediatico e di prospettiva – spiega Maximilian Fiani responsabile di Kpmg – quando sono coinvolti marchi ben presenti nella vita quotidiana l´eco è maggiore. Basta vedere la sottolineatura ogni volta che un marchio dell´alimentare finisce in mani straniere. Mentre le acquisizioni all´estero, anche le più importanti "spariscono" più velocemente dai giornali».

          La performance del sistema Italia va analizzata almeno da tre punti di vista. Il primo è lo scenario generale: nonostante la ripresa economica gli effetti della bolla del 2000 non sono ancora stati assorbiti, in Italia all´inizio del millennio le operazioni "crossborder" erano 310 e lo scorso anno sono state 166, ma sia lo shock che la velocità di ripresa sono le stesse che nel resto di Europa.

          Il secondo angolo di visuale è quello per settori. In Europa ci si è concentrati molto su finanza, energia e Tlc e solo il terzo settore ci vede in difficoltà. Bnl, Antonveneta, Cariparma e Ras sono entrati a far parte di gruppi stranieri, ma al tempo stesso Unicredito, IntesaSanpaolo e Generali hanno raggiunto una taglia talmente "europea" che ogni acquisizione ulteriore sul territorio nazionale crea loro problemi di Antitrust. Sull´energia, la corsa dell´Enel a Endesa è la più grande acquisizione estera di un´impresa italiana e la riporta sul podio dei colossi energetici Ue. Di contro proprio nell´elettricità il mercato italiano vede già presenti francesi, spagnoli, austriaci, belgi e presto tedeschi.

          Il terzo dato è che gli Stati più aperti attraggono più investimenti e ottengono risultati migliori anche se la concorrenza è maggiore. Proprio il comportamento delle impresse italiane lo dimostra: Lottomatica, Luxottica, Autogrill e Tenaris hanno scelto gli Stati Uniti.

          Unicredito, Intesa e tante medie società hanno scelto l´Est Europa per i suoi alti margini di crescita e per le opportunità di privatizzazione realizzando oltre 100 acquisizioni nell´area in 10 anni. Non a caso esponenti liberali come Franco Debenedetti hanno ricordato: «È compito del governo esclusivamente garantire il rispetto delle regole, astenendosi da qualsiasi intervento, palese o occulto, che può solo portare a soluzioni sub-ottimali con danno per il Paese».