Imprese e sindacati pronti a far saltare il nuovo Tfr

12/07/2005
    martedì 12 luglio 2005

    Imprese e sindacati pronti
    a far saltare il nuovo Tfr

      Montezemolo: «Abbiamo gli strumenti per vanificare la riforma»
      Maroni: chiuderemo in tempo, nuove norme anche per gli statali

        Alessandro Barbera

          ROMA
          Il ministro Maroni è «assolutamente ottimista», ma Confindustria e sindacati mettono le mani avanti: «Se le parti sociali non dovessero essere convinte della bontà della riforma hanno a disposizione strumenti formidabili per vanificarla», ha detto ieri senza troppi giri di parole il numero uno degli industriali Luca Montezemolo.

            Oggi riprende il confronto sulla riforma del Tfr, e i nodi sono ancora tutti sul tavolo. Non è una partita semplice: c’è in gioco un importante strumento di liquidità per le imprese, gli interessi di banche e assicurazioni, il ruolo negoziale dei sindacati nei fondi “chiusi” di categoria. La posta in gioco è altissima: più di dieci miliardi di contributi dei lavoratori dipendenti di tutti i settori, pubblici e privati. «Può succedere ancora di tutto», confidava ieri una fonte della maggioranza. «Ma Maroni vuole assolutamente chiudere».

              Le parole del ministro del Welfare, che ribadisce l’estensione della previdenza complementare anche agli statali, sembrano confermarne l’intenzione: «Arriveremo in tempo per la scadenza della delega, per far partire tutto come previsto dal primo gennaio 2006». Secondo Maroni «il nodo più importante» è quello di come finanziare le imprese per compensare il mancato versamento del Tfr. «Il trattamento di fine rapporto costa alle imprese circa il 3%», spiegava ieri. «Bisognerà trovare un meccanismo» per coprire quello scarto, perché «la riforma deve essere a costo zero per le imprese». Finora però l’Abi, l’associazione delle banche con la quale si è discusso dell’eventuale costituzione di un fondo di garanzia, ha escluso qualunque automatismo. La questione è dirimente soprattutto per le imprese più piccole. Il ministro leghista ammette che «su questo punto non c’è ancora l’intesa. Mi auguro entro breve di poterla raggiungere. Il resto sono questioni di dettaglio che saranno discusse tranquillamente».

                Non sembra però dello stesso avviso il numero uno della Cgil Guglielmo Epifani, che si allinea sulla linea dura di Montezemolo e individua ben più di un problema da risolvere: «Il governo non ha risposto sull’equiparazione tra fondi collettivi e polizze, sugli organi di controllo e la governance, sul nodo del trattamento fiscale. Sono 4-5 punti assolutamente importanti. Se non si modificano sarà difficile andare avanti». Più cauto il leader della Uil Luigi Angeletti: «Vedremo se ci sono difficoltà o meno».

                  Per i sindacati la questione più importante resta quella dell’equiparazione fra fondi chiusi e aperti, vale a dire fra quelli di categoria (previsti dai contratti) e quelli invece promossi da banche e assicurazioni. Nel merito la posizione dei sindacati è univoca: «Si deve essere certi che il Tfr in caso di silenzio-assenso vada effettivamente verso i fondi chiusi o, in assenza di questi, all’Inps», sottolinea Angeletti. Spiega il segretario confederale Adriano Musi: «E’ vero che il decreto prevede che in caso di silenzio il Tfr vada al fondo negoziale, ma poi introduce l’eccezione: nel caso in cui l’azienda non abbia aderito ad alcun fondo il Tfr va a quello stipulato tra le parti. Quali parti? Come si risolve il problema per le aziende che non hanno rappresentanza sindacale?».

                    D’accordo anche il segretario confederale Cisl Pierpaolo Baretta: «Quel “salvo che” sul silenzio-assenso non ci convince affatto. Occorre un maggior coinvolgimento delle parti sociali e trasparenza». Insomma, i sindacati temono che le aziende possano indurre i lavoratori ad aderire a fondi privati, i quali potrebbero essere gestiti dalle stesse banche con le quali sono esposte. Ma soprattutto temono che i cosiddetti “Pip”, piani di previdenza individuale, sottraggano consistenti fette di mercato ai fondi chiusi. «È importante garantire libertà di opzione», ma «c’è una preferenza oggettiva per i fondi amministrati dalle parti sociali», sottolinea il sottosegretario Maurizio Sacconi.

                      C’é poi aperta la questione dei dipendenti pubblici. «Il decreto per loro sarà emanato successivamente dopo il confronto anche con Regioni ed enti locali», ha detto ieri Maroni. Parole che non sono piaciute per nulla al segretario della Funzione Pubblica Cgil Carlo Podda: «Si riconferma l’assoluta e spensierata esclusione dei lavoratori pubblici dal diritto alla previdenza complementare, la proposta dei due tempi è inaccettabile».