Imprenditori antiracket ai sindacati: libertà di licenziare

11/10/2007
    giovedì 11 ottobre 2007

    Pagina 26 – Cronache

      Chieste regole speciali. La Cgil: rischio troppo alto, no ai sospetti

        Imprenditori antiracket ai sindacati:
        libertà di licenziare i lavoratori mafiosi

          «Ci sono sabotaggi nelle nostre aziende»

            DAL NOSTRO INVIATO
            Felice Cavallaro

            PALERMO — Chiedono di licenziare i «nemici in casa», gli imprenditori antiracket. E sull’asse Palermo-Catania, caposaldi di una rivolta con commercianti e costruttori superprotetti per avere spedito in galera i boss che chiedevano il «pizzo», prende corpo un tema spinoso perché invocano la comprensione di Cgil, Cisl e Uil per buttare fuori dai loro posti di lavoro quanti si sono infiltrati o hanno dovuto assumere su pressione dei clan.

            «Siamo arrivati anche al sabotaggio, ma abbiamo le mani legate…», spiega il titolare dell’Antica focacceria di Palermo Vincenzo Conticello in questi giorni in tribunale faccia a faccia con la «famiglia» della Kalsa. E a Catania Andrea Vecchio, il presidente dei costruttori, rivela come cominciarono i guai in un suo cantiere a Siracusa: «Con una guardia giurata che alle due di notte chiama l’ambulanza per dolori addominali, si fa portare in ospedale e lascia senza controllo il recinto dei camion poco dopo a fuoco con le bottiglie incendiarie del racket».

            Il banconista che taglia il tubo dell’acqua. Il magazziniere che rinvia il fornitore di mozzarelle. Il cameriere che inciampa e fa volare una teglia di riso bloccando un banchetto. Ecco le cento storie «non sempre documentabili e perseguibili» raccontate a Palermo dagli imprenditori coraggio in un «conclave» con i vertici dei sindacati, i rappresentanti di Confindustria, Confcommercio e Confesercenti. Doveva essere una giornata di studio e di solidarietà della Camera bilaterale del Turismo, un ente paritetico di sindacati e datori di lavoro. Ma la richiesta di Conticello ha sconvolto l’agenda dei lavori. Perché non se l’aspettava nessuno l’appello per studiare una modifica alle leggi sul lavoro, per potere licenziare gli infedeli.

            «Denunciando senza alcuno scudo protettivo, dopo eventuali ricorsi in sede civile, c’è il rischio dal danno e della beffa, di pagare per un licenziamento senza giusta causa», spiega Vincenzo Barbaro, componente della Camera per la Confesercenti, ma anche commercialista di Conticello.

            «A volte la cosiddetta "giusta causa" protegge i fannulloni piazzati dalla malavita nelle aziende», insiste Vecchio. «E noi che siamo in trincea chiediamo di potere licenziare, quando viene meno la fiducia». Ma Vecchio ostenta scetticismo: «I sindacati sono ipergarantisti. So che non accetteranno mai. Bisognerebbe arrivarci, invece. Ovviamente, in casi conclamati. Nessuno sta chiedendo mezzi coercitivi contro i lavoratori». E Conticello: «Tutti dovrebbero capire che spesso ci troviamo di fronte a casi di sabotaggio, come accadeva trent’anni fa con gli operai che allentavano i dadi e distruggevano gli ingranaggi. Più che di "giusta causa", si deve tenere conto del torto che subiamo noi».

            Parole accorate di chi è costretto a vivere vite blindate. Parole ascoltate fra disagio e tanti dubbi. È il caso di Gianni Baratta, braccio destro di Raffaele Bonanni al vertice della Cisl, in segreteria confederale: «Dovevamo discutere di sostegni a lavoratori di aziende che chiudono per mafia e invece parliamo di licenziamenti. Questione chiara, ma non si può rinunciare alla certezza del diritto e ogni azione deve essere dimostrata. Non difenderemo mai il dipendente infedele. Non potremo però avere un atteggiamento flessibile solo per un sospetto…».

            In sintonia il segretario della Cgil siciliana Italo Tripi: «Un rapporto di lavoro si basa sempre sulla fiducia. Ma occorre certezza. Altrimenti rischiamo di aprire una maglia pericolosissima ». Duro il segretario della Cisl di Palermo, Giuseppe Lupo: «Il problema vero è non assumere quelli che la mafia raccomanda. Prima li prendono, poi chiedono a noi di licenziarli. Calma». Invita tutti a riflettere Baratta, cogliendo un’ipotesi accennata da Conticello, quella di istituire «uno sportello segreto per i lavoratori». Condivide l’inviato di Bonanni: «Attiviamo un centro di ascolto degli stessi lavoratori. Nell’anonimato. La malavita può annidarsi da tutte le parti. Anche nel lavoro dipendente… ». È l’ipotesi da oggi allo studio. Primo, parziale ed unico comune denominatore trovato. Mentre Conticello torna in tribunale contro il boss che gli aveva piazzato la moglie come cassiera. Già licenziata. Ma la «giusta causa» era sotto gli occhi di tutti. Come spesso non accade.