Imprenditore condannato a non incontrare i sindacati

07/02/2001

Corriere della Sera
Mercoledì 7 Febbraio 2001



Sentenza del Tribunale di Monza. L’industriale aveva insultato una delegata della Fim-Cisl Condannato: basta rapporti sindacali

Imprenditore milanese per un anno non potrà partecipare a trattative e incontri

      MILANO – Cartellino rosso e sospensione per 12 mesi: come a un calciatore reo di un fallo particolarmente grave. E’ andata più o meno così a un imprenditore della Brianza riconosciuto colpevole di attività antisindacale per aver ingiuriato e aggredito una propria dipendente. Per un anno intero l’industriale dovrà astenersi da qualsiasi «contatto con il sindacato», mantenersi alla larga da trattative, tavoli di confronto e vertenze. Non solo. Gli è anche stato imposto l’obbligo di esporre nella bacheca aziendale, per un mese, una copia del decreto della sentenza. Questi i fatti. Il titolare della ditta Tagliabue, G.A., di Paderno Dugnano – azienda metalmeccanica della provincia milanese con un’ottantina di dipendenti – aggredisce e insulta I.S., una propria dipendente «colta sul fatto» mentre affigge nella bacheca del sindacato un comunicato con il quale critica e denuncia lo stato di abbandono dei servizi igienici e degli spogliatoi. Particolare non secondario: I.S., che lavora da circa vent’anni nell’azienda, è anche delegata Fim-Cisl della rappresentanza sindacale di fabbrica e fa parte del direttivo provinciale della Fim.
      Dall’insulto alla denuncia il passaggio è stato quasi automatico. E a chiedere al giudice Fulvia De Luca, del Tribunale di Monza, di infliggere al titolare dell’azienda una «sanzione esemplare» è stato lo stesso sindacato. «I rapporti con questo imprenditore non sono mai stati idilliaci – spiega il segretario generale della Fim-Cisl milanese, Nicola Alberta – ma questa volta ci siamo trovati di fronte a un episodio di violenza intollerabile, che meritava una sanzione esemplare. Da qui l’idea di chiedere che il giudice impedisse al titolare dell’azienda di assumere incarichi sindacali per un anno: non diversamente di un qualsiasi giocatore violento punito dalla giustizia sportiva con la sospensione per un certo numero di gare, anche il violento imprenditore doveva essere espulso dal campo, nel caso specifico dalle relazioni sindacali, per un certo periodo di tempo, soprattutto per impedire il protrarsi di un’indebita minaccia verso la delegata. Così è stato. Si tratta di un pronunciamento significativo, che evidenzia l’importanza di un confronto corretto tra sindacato e azienda: chi viola le regole va messo fuori gioco».
      Detto fatto. Il giudice ha accolto il ricorso e ha ordinato «alla società convenuta di non assegnare al responsabile delle relazioni sindacali autore delle minacce – vale a dire il titolare dell’azienda – incarichi di natura sindacale, o che comunque richiedano un contatto con la controparte, per un periodo di un anno», nonché «l’affissione del provvedimento emanato nella bacheca aziendale per un mese». Risultato: per tutto il 2001 a rappresentare l’azienda nelle trattative sindacali dovrà essere un sostituto del titolare, un altro manager dell’azienda insomma. «Una punizione che ci soddisfa pienamente – aggiungono al sindacato – se solo si pensa alla visione paternalistica e autoritaria, all’insegna del qui-comando-io, che ha finora contraddistinto l’operato di questo imprenditore».
      Ma come si è difesa l’azienda? «Tutta la faccenda – risponde l’avvocato della ditta Tagliabue – è stata ingigantita a sproposito e in modo strumentale: si è trattato di un semplice diverbio tra persone, un procuratore dell’azienda e una dipendente, e non di una lite tra il proprietario e un delegato sindacale, come invece vuole far credere qualcun altro». Una tesi che, però, non ha evidentemente convinto il giudice. «Anzi, il Tribunale l’ha respinta, anche perché la ditta Tagliabue non ha mai stigmatizzato i fatti in questione», aggiunge Filippo Raffa, il legale che ha difeso la sindacalista.
Gabriele Dossena


Economia