“Immigrazione” Al mercato dei visti turistici

01/02/2007
    giovedì 1 febbraio 2007

    Pagina 22 – Cronache

      IMMIGRAZIONE E FILTRI D’INGRESSO

        Al mercato dei visti turistici

          FRANCESCA PACI

          TORINO
          Si fa presto a dire visto turistico per l’Italia. Sulla carta, un semplice permesso a tempo per visitare spiagge e città d’arte: tre mesi al massimo e poi via. In pratica, un biglietto della lotteria per migliaia di extracomunitari che cercano un varco verso l’Europa nella fuga dal deserto economico e politico dei paesi di provenienza. Circa due terzi degli oltre 500 mila «turisti» entrati nel 2005 muniti di visto temporaneo non sono più ripartiti. Dissolti tra le pieghe dell’immigrazione invisibile.

          La frontiera-miraggio
          Tutto sta ad attraversare la frontiera. «Se nelle nazioni più povere migliaia di disperati sono disposti a rischiare la vita e pagare dai 2 ai 10 mila dollari per un viaggio della speranza in Italia, è ovvio che il timbro turistico abbia un valore e, soprattutto, un mercato», osserva Gianluca Luciano, amministratore delegato del gruppo editoriale «Stranieri in Italia». Perché il ministero degli Esteri ne concede con grande parsimonia, ma qualsiasi cosa, sotto sotto, ha un prezzo. La scorsa primavera il deputato socialista Enrico Buemi ha presentato un’interrogazione alla Farnesina per avere chiarimenti sul rilascio «poco trasparente» dei visti turistici al consolato italiano di Casablanca: «Quel caso è solamente uno dei tanti. C’è un fiorente mercato nero che coinvolge anche il personale locale impiegato nei nostri consolati. Un bel bubbone nascosto…». La posta in palio è alta, la trafila complicata, i furbi pronti a infilarsi nei meccanismi complessi della burocrazia.

          Alla conquista del visto
          La gimcana dell’aspirante immigrato che decida di tentare la «via turistica» alla frontiera italiana comincia dalla richiesta d’un appuntamento al consolato: in Perù servono quattro mesi, nelle Filippine non ne bastano sei. Giunto al cospetto del funzionario il candidato inoltra la domanda: 60 euro che, in caso di rifiuto, non verranno restituiti. Non basta. E’ necessaria un’assicurazione sanitaria con copertura minima di 30 mila euro, la prenotazione alberghiera o la lettera d’invito di qualcuno disposto a dare ospitalità, la prova dei mezzi finanziari per mantenersi durante il soggiorno (27,89 euro al giorno). Punto chiave, quest’ultimo. Perché la maggior parte di quanti si presentano al consolato spacciandosi per turisti sono spinti proprio da difficoltà economiche. Soldi per campare non ne hanno in patria, figurarsi all’estero. Così, il parente che aspetta in Italia s’impegna in una fidejussione bancaria di garanzia. Altri 200 euro circa a fondo perduto, manna per le neoagenzie di servizi per stranieri che offrono pacchetti tutto-completo.

          A questo punto non resta che aspettare: la risposta è arbitrio del consolato. In Marocco, per dire, tre richieste su quattro vengono rifiutate, soprattutto se a presentarle è un giovane.

          Il mercato nero
          «La concessione del visto è un atto altamente discrezionale del funzionario consolare che giudica la credibilità del presunto turista», spiega l’avvocato Marco Paggi, membro dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). Prima di quelle nazionali, gli extracomunitari devono riuscire a varcare fisicamente le frontiere dei consolati, «Forche Caudine». La difficoltà rende il lasciapassare a tempo così prezioso da diventare appetibile per il mercato nero. Non tanto la compra-vendita di visti falsi (che pure, al costo di 3 mila euro l’uno, prospera nelle repubbliche ex sovietiche e nei Balcani), quanto di visti «concessi». Della serie che anche l’appuntamento al consolato potrebbe avere un prezzo.

          «Il nodo è il visto, non il permesso di soggiorno turistico di cui parla il ministro della Solidarietà Ferrero», fa notare Marco Paggi. Due giorni fa, la proposta di Paolo Ferrero di sostituire il permesso con un’autocertificazione aveva scatenato le proteste del centrodestra, in trincea contro «la politica sinistra delle porte aperte». L’opposizione deponga le armi, continua il legale dell’Asgi, «il permesso è un atto formale, un doppione burocratico: l’extracomunitario che ha superato tutti i controlli possibili e immaginabili per ottenere il visto deve poi richiedere questo ulteriore inutile documento». Giusto eliminarlo dunque, aggiunge: «Una pratica burocratica in meno».

          Permesso che va, visto che resta, frontiere come «sliding doors»: l’Italia a tutti i costi sognata da chi non ha nulla assomiglia a un Paese di carta, che all’utopia global della libera circolazione delle persone, risponde, per ora, con la libera circolazione delle marche da bollo.

          www.lastampa.it/paci.asp