Immigrati, un permesso a chi fa causa

06/11/2002






          LAVORO E IMMIGRAZIONE


          Immigrati, un permesso a chi fa causa

          Una circolare del ministero dell’Interno amplia la sanatoria – Il sottosegretario Mantovano: «Nessun pericolo di strumentalizzazioni»


          ROMA – Una causa al datore di lavoro per rimanere, questa volta regolarmente, altri sei mesi in Italia. Lo consente una circolare del ministero dell’Interno, dipartimento della Pubblica sicurezza, inviata in questi giorni a questori e prefetti. La nota autorizza il rilascio del permesso di soggiorno di sei mesi per il lavoratore extracomunitario che, a fronte del rifiuto del datore di lavoro alla regolarizzazione, abbia adito le vie legali o apra una vertenza. In pratica, un’inattesa "finestra" nelle procedure di regolarizzazione che si chiuderanno lunedì prossimo: il rischio è che si aprano spazi per possibili abusi, con cause avviate al solo scopo di conquistare il permesso temporaneo. Il ministero, in realtà, assimila questa particolare situazione all’ipotesi (prevista dall’articolo 22, comma 11 del decreto legislativo 286/98) che consente al lavoratore, che ha perso il posto di lavoro, di rimanere in Italia ancora sei mesi per la ricerca di un’altra attività. Devono però anche esserci gli altri requisiti stabiliti dal decreto legge 195/02 (sulla regolarizzazione degli extracomunitari irregolarmente occupati come lavoratori dipendenti) che, in sostanza, consistono nell’aver reso la prestazione lavorativa dal 10 giugno al 10 settembre 2002. Inoltre, anche la richiesta documentata di questo particolare permesso va inoltrata entro l’11 novembre. L’obiettivo della circolare, insomma, è tutelare il più possibile l’extracomunitario, tenendo conto delle difficoltà che può trovare sulla strada della regolarizzazione. Ma in questo modo non si corre anche il rischio di una lunga serie di vertenze infondate? No, secondo il ministero dell’Interno, che esclude categoricamente questa possibilità. «Partiamo dal problema reale», spiega il sottosegretario Alfredo Mantovano. «Il lavoratore extracomunitario irregolare – dice – si trova in una posizione di assoluta debolezza. Se il datore di lavoro non lo regolarizza e lo manda via, oltre al danno della perdita del posto di lavoro, sebbene irregolare, si aggiungerebbe anche la beffa dell’espulsione. È ovvio – prosegue Mantovano – che il passo obbligatorio per il lavoratore è l’avvio di una controversia con il datore di lavoro. Perché a questo punto non ci sarà solo una dichiarazione strumentale al questore, ma un vero e proprio impegno dell’extracomunitario che esce allo scoperto, fa emergere il rapporto lavorativo, chiama a decidere il giudice o l’ufficio provinciale del lavoro in fase di procedura di conciliazione». Ed ecco il punto: per il sottosegretario all’Interno, «la strumentalizzazione si evita in due momenti: non collegando il permesso di soggiorno temporaneo alla mera dichiarazione e al fatto che, se alla scadenza dei sei mesi gli uffici hanno accertato l’infondatezza dell’azione, non c’è solo il rigetto dell’azione, ma anche l’espulsione». Presupposto per il rilascio del permesso di soggiorno è, dunque, che l’extracomunitario abbia detto la verità all’inizio. Se nei sei mesi si occupa presso un altro datore di lavoro e il presupposto risulta infondato, lo straniero sarà espulso perché rimasto in Italia sulla base di un presupposto falso. Mantovano esclude strumentalizzazioni anche nei casi più disperati. «Nessuno – dice – impedisce al questore di fare indagini informali, sopralluoghi e, in generale, un proprio autonomo accertamento». Resta allora un’ultima domanda: cosa succede se nei sei mesi non si chiude la vertenza? «In quel periodo di tempo – risponde Mantovano – il ministero dell’Interno, attraverso questure e forze di polizia, deve fare una verifica per accertare la dimensione numerica del fenomeno e la fondatezza delle questioni sollevate». Maria Rosa Gheido
          Marco Peruzzi