Immigrati, l’Italia ripensa le quote

16/05/2003




              Venerdí 16 Maggio 2003
              FLUSSI MIGRATORI
              Immigrati, l’Italia ripensa le quote
              Dopo le regolarizzazioni permesse dalla legge Bossi-Fini, il nostro Paese si trova a ospitare un numero di stranieri inferiore solo a Germania e Francia – Si torna a parlare di sanatoria: ci sono 500mila persone da sistemare


              (DAL NOSTRO INVIATO)

              ATENE – Sembra proprio che demografi e studiosi di problemi migratori non siano mai stati così impopolari. La loro pretesa di immaginare e interpretare i cambiamenti della società si scontra fatalmente con una nuova logica che mette al centro di tutto la sicurezza e la paura. Sarà forse colpa dell’11 settembre e della guerra al terrorismo internazionale, ma i ricercatori internazionali e i demografi riuniti da ieri per due giorni alle porte di Atene sotto l’egida della presidenza greca dell’Unione europea, nel convegno «Gestire l’immigrazione nell’interesse dell’Europa», si sentono davvero un po’ spiazzati. Né si può dare loro torto se perfino l’ex commissario all’immigrazione degli Stati Uniti dal ’93 al 2000, Doris Meissner, si lascia scappare che «il controllo alle frontiere con gli strumenti della polizia non può essere l’unica risposta ai problemi dell’immigrazione clandestina», ricordando che con il Messico, dal quale provengono la gran parte degli attuali 9 milioni di clandestini presenti in America, si stava negoziando un accordo che prevedeva assunzioni di responsabilità anche da parte di quel Paese «ma poi, dopo l’11 settembre, tutto si è bloccato e la discussione si è fermata».
              E tuttavia, a dispetto di chi vorrebbe arruolare anche i tecnici dell’immigrazione nella lotta al terrorismo internazionale, demografi e ricercatori continuano il loro lavoro. Lo continua certamente il direttore della Divisione popolazione dell’Onu, Joseph Chaime, che ricorda come oggi «il numero delle persone residenti fuori dal loro Paese di origine sia di oltre 175 milioni, più del doppio rispetto a una generazione fa». Non spende molte parole sull’invadenza della sicurezza sui temi migratori Demetrios Papademetriou, fondatore dell’Istituto di politica migratoria di Washington e organizzatore del convegno, che incalza i suoi interlocutori con cifre e dati: «Una persona su sette in Germania è nata altrove, una su tre nel Lussemburgo, una su cinque in Svizzera». Il problema di fondo è sempre lo stesso: come gestire la risorsa immigrazione, come fronteggiare quella illegale, come rendere compatibile i flussi con la crescita economica dei Paesi ospitanti. Anche qui non si inventa nulla. Papademetriou elenca i modelli di riferimento che possono servire a organizzare meglio la risposta delle autorità pubbliche: il sistema canadese o australiano, ossia un ministro ad hoc per l’immigrazione, una task force di specialisti di immigrazione che affianchi il ministro dell’Interno oppure espandere le funzioni dei ministri dell’Interno.
              Ma c’è una quarta opzione, secondo Guido Bolaffi, segretario generale della Confartigianato e memoria storica della politica italiana sull’immigrazione. «Occorre – dice Bolaffi – superare la profonda contraddizione che ancora oggi vede il sistema economico dei nostri Paesi richiedere la presenza di immigrati che la società rifiuta». Soltanto un’autorità indipendente e sottratta al gioco politico dei partiti potrebbe riuscire in Italia a governare il fenomeno, ma deve essere, aggiunge Bolaffi, «qualcosa di simile alla Banca d’Italia, al di sopra delle parti». Quanto ai modelli di riferimento, c’è più di qualche ripensamento sul sistema delle quote d’ingresso regolari che la legge Turco-Napolitano aveva adottato sull’esempio americano. «Quel modello non può più funzionare», dicono insieme sia Bolaffi che Patrick Weil, ricercatore della Sorbona ed ex consigliere del Governo Jospin. Le quote contengono quell’effetto di annuncio che produce l’allarme sociale e la risposta di chiusura. «Alla fine – aggiunge Bolaffi – le quote hanno prodotto più danni che benefici. Meglio allora che gli imprenditori assumano direttamente tutti i lavoratori stranieri di cui ha bisogno il sistema economico». Una linea quest’ultima che sembra essere condivisa anche dal ministro del Welfare, Roberto Maroni.
              In un panorama così frastagliato, il caso Italia si caratterizza per la sua anomalia. Paese di forti flussi di emigrazione fino alla prima parte del secolo scorso, in dieci anni ha governato il fenomeno sull’onda dell’emergenza. Andavano in quella direzione le prime leggi, come la 943 dell’ex ministro del Lavoro Carlo Donat Cattin, al quale si deve la prima sanatoria. Ne seguirono molte altre: dalla legge Martelli del ’90 a quella di Dini del ’94, fino alla regolarizzzione della Turco-Napolitano del ’98-’99, per arrivare alla Bossi-Fini con ben 700mila immigrati da regolarizzare. Sarà per merito di quest’ultima regolarizzazione che l’Italia molto probabilmente diventerà il terzo Paese europeo per numero assoluto di immigrati dopo la Germania e la Francia. Un primato che forse il Governo di Centro-destra non aveva messo in conto, che contrasta con le posizioni del leader leghista Umberto Bossi ma che dà la misura del paradosso italiano.
              E, per rimanere nel paradosso, basta segnalare le prime timide richieste dei sindacati (per ora solo la Cisl) che stanno sondando il terreno per crcare di far rientrare nella sanatoria anche chi è rimasto fuori (circa 500mila persone), con la spiegazione che è meglio far emergere legalmente un numero così alto di extracomunitari che vivono alla giornata e vanno ad alimentare il sommerso e la delinquenza. Da luglio l’Italia si troverà come presidente di turno dell’Unione europea a coordinare i lavori del Consiglio Giustizia e affari interni. La sfida è di "comunitarizzare" per quanto possibile le politiche migratorie sottraendole alle strumentalizzazioni per fini di politica interna. La presidenza greca ha fatto di tutto per mantenere salda la rotta di una politica di solidarietà verso gli immigrati nello stesso temo rafforzando la lotta ai clandestini. «L’immigrazione – sostiene il ministro degli Esteri di Atene, George Papandreou – può aiutare l’Europa; l’immigrazione può non essere la risposta a tutti i problemi e alle sfide economiche e demografiche, ma non c’è risposta a questi temi che non includa l’immigrazione».

              GERARDO PELOSI