Immigrati, la Bossi-Fini ostacola l’integrazione

09/04/2003

            9 aprile 2003

            Immigrati, la Bossi-Fini ostacola l’integrazione
            Rapporto Cnel-Caritas: poche le nuove cittadinanze
            (un terzo della media europea) e i matrimoni misti

            ROMA Gli immigrati vogliono inserirsi nella società
            ma le politiche d’integrazione sono inadeguate:
            pochi ottengono la cittadinanza (11-12 mila negli
            ultimi due anni, appena un terzo rispetto alla media
            europea) e i matrimoni misti sono poco diffusi
            (16.500 nel 1999 con prevalenza di italiani che
            sposano straniere). Del resto, la Bossi-Fini ostacola
            tutto questo. Lo rileva il secondo rapporto
            Cnel-Caritas/Migrantes presentato ieri. Un documento
            che segnala ancora atteggiamenti di diffidenza
            degli italiani verso le persone immigrate e la
            tendenza da parte dei media ad «alterare» la loro
            immagine. Ma non solo. In tema di inserimento
            di immigrati, l’Italia si presenta divisa in due realtà
            «marcatamente distinte tra loro, il Nord e il Sud».
            La presenza degli immigrati in Italia – rileva il
            rapporto – raddoppia ogni dieci anni. Sono in
            aumento i permessi di soggiorno stabile e l’anziani-
            tà di soggiorno (nel 90% dei casi il soggiorno è per
            lavoro o famiglia; il 54% è in Italia da almeno 5
            anni, più di 1/4 da 10 anni e il 10% da oltre 15); in
            crescita l’incidenza delle donne e dei nuclei familiari
            (le donne sono quasi la metà degli immigrati e
            in una ventina di province, fra le quali Roma,
            Firenze, Genova e Catania, sono la maggioranza);
            aumenta l’importanza finanziaria degli immigrati
            (cresce l’invio di risparmi in patria, 749 milioni di
            euro nel 2001 solo attraverso le banche, senza
            tener conto quindi dei canali informali, le iniziative
            imprenditoriali, l’affitto o l’acquisto di case da
            parte di immigrati).
            Gli immigrati soggiornanti in Italia al primo
            gennaio 2001 erano quasi 1.400.000; per la Caritas
            1.600.000; è il 2,9% della popolazione italiana. Al
            primo gennaio 2003 gli immigrati dovrebbero superare
            1.500.000, 703 mila sono le domande dei
            «regolarizzandi». Il Marocco, con 159.599 persone
            (11,5%) è la comunità più numerosa; la religione
            più diffusa è quella musulmana (36,8%). I permessi
            per lavoro dipendente sono 665.805, di cui il
            31% a donne. Il rapporto del Cnel-Caritas/Migrantes
            fornisce anche una fotografia sulle differenze
            fra settentrione e meridione e le segnala la «difficoltà
            nel nostro paese di portare avanti adeguate politiche
            di integrazione», suggerendo di ridiscutere i
            modelli del passato alla luce di una situazione
            profondamente cambiata e di andare alla ricerca
            di una soluzione.
            Particolare attenzione va quindi rivolta alla
            programmazione regionale, provinciale, comunale.
            «È necessario convincersi – si legge nel rapporto
            - che l’immigrazione non è una piaga ma solo un
            nuovo fenomeno sociale, dal quale derivano dei
            problemi ma anche dei rilevanti benefici economi-
            ci e culturali per l’intera popolazione».
            Per Giorgio Alessandrini, presidente vicario
            dell’Organismo nazionale di coordinamneto delle
            politiche di integrazione degli stranieri, quel che
            emerge che mette a fuoco il problema dell’inserimento
            sociale dell’immigrato in merito a sanità,
            istruzione, abitazione e lavoro. «Pertanto – ha ribadito
            Alessandrini – ora che l’immigrazione si sta
            affermando sempre più come fenomeno sociale
            vero e proprio da incanalare nella struttura sociale
            italiana, la vera scommessa è il passaggio dalle
            politiche solidaristiche a una politica organica d’integrazione
            nel territorio. Protagonisti di questa
            sfida – sottolinea – sono le autonomie e le comunità
            locali perchè solo una politica d’integrazione
            costruita sui territori è la risposta più efficace alla
            nuova complessità della coesione sociale per una
            convivenza civile ordinata».