Immigrati, espulsioni selvagge senza appello

11/03/2003



  Politica




11.03.2003
Immigrati, espulsioni selvagge senza appello

di Massimo Solani


 Ventitré ne hanno già espulsi a Milano, cinque a Roma e chissà quanti altri in tutta Italia. Presto, solo nel capoluogo lombardo, altri 250 lavoratori faranno la stessa fine perché la loro domanda di regolarizzazione non è stata accettata in base alla nuova legge sull’immigrazione. Alla base di questi rifiuti, accusano sindacati, Ds e associazioni, ci sono molto spesso motivazioni inesistenti e pretestuose, come le «segnalazioni Schengen», ovvero le segnalazioni sui cittadini extracomunitari che provengono dalle polizie dei paesi dell’Unione europea.
E fra le altre «cause ostative» previste dalla legge Bossi Fini, che bocciano automaticamente la richiesta di regolarizzazione, ci sono tra l’altro anche una qualsiasi denuncia non passata in giudicato (persino per una lite condominiale) oltre alla permanenza o al rientro sul suolo italiano dopo un provvedimento di espulsione (una situazione che secondo alcune stime accomuna quasi l’80 degli immigrati clandestini). E le storie di quanti sono passati in queste settimane per il centro di permanenza temporanea di via Corelli di Milano si somigliano tutte in maniera drammatica. Storie di gente che, stando ai racconti di quanti lavorano nel Cpt, molto spesso viene prelevata dalle proprie abitazioni con la scusa di un controllo per finire poi nel giro di 12 ore in via Corelli, una anticamera all’espulsione durante la quale spesso non si presenta nemmeno un giudice per l’udienza di convalida del trattenimento.

La scorsa settimana, raccontano alcuni lavoratori del Cpt, la stessa sorte è toccata fra gli altri anche ad una donna moldava di 45 anni, in Italia da due anni, la cui domanda di regolarizzazione è stata rifiutata per via di un controllo subito dalla polizia tedesca anni fa durante il suo viaggio della speranza dalla Moldavia in Italia.
Le cause per il rifiuto del permesso di soggiorno sono tali che sui tavoli delle prefetture languono migliaia di domande di regolarizzazione; tanto che i prefetti, appena iniziate le procedure, si sono rivolti al dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale per avere lumi sul da farsi in alcuni «casi particolari». E da Roma la risposta, contenuta in una circolare ministeriale inviata il sei dicembre dello scorso anno a firma capo dipartimento Anna D’Ascenzo, è stata perentoria: al punto tre del documento, infatti, si legge a chiare lettere che «nel caso di stranieri che non possono essere regolarizzati la Questura, dopo aver provveduto all’allontanamento, comunica l’avvenuto rimpatrio alla prefettura competente ad esaminare la domanda di regolarizzazione. Successivamente la stessa prefettura definirà negativamente la procedura di regolarizzazione, dandone notifica al datore di lavoro».

Una linea dura che ha ingenerato fra i lavori immigrati una vera e propria psicosi: il timore, infatti, è che ogni domanda di regolarizzazione possa trasformarsi in sostanza in una autodenuncia, una trappola che ne segni il destino costringendoli ad abbandonare l’Italia, e spesso le proprie famiglie, senza possibilità di rimetterci piede per dieci anni pena l’arresto.

E quanto sta succedendo non è passato inosservato: ieri, infatti, Cgil Cisl e Uil hanno avuto un incontro col prefetto di Milano per chiedere che dal ministero dell’Interno vengano modificate le pratiche per l’espulsione, con la concessione agli immigrati di almeno 15 giorni di tempo per presentare ricorso contro il rigetto della domanda di regolarizzazione. Una richiesta che la Cgil lombarda ha affiancato ad una mobilitazione già preannunciata per il 15 marzo, nel giorno della manifestazione nazionale per la pace indetta dal sindacato di Corso Italia. «A Milano – ha spiegato Giorgio Roversi responsabile Welfare e nuovi diritti della Cgil Lombardia – 250 domande di regolarizzazione sono state rigettate senza alcuna motivazione su circa 4000 domande presentate. Non si tratta di domande – continua Roversi – ma di persone, uomini e donne che da anni speravano di uscire dal limbo della clandestinità e che ora sono già nel loro paese di origine senza aver avuto alcuna possibilità di difendersi davanti a un giudice». Anche la Federazione milanese dei Ds hanno preso posizione dicendosi «preoccupata dalle espulsioni dei lavoratori in attesa di regolarizzazione. Quello che si starebbe verificando – hanno aggiunto – costituirebbe una violazione inaccettabile dei più elementari diritti umani». I Ds hanno anche chiesto un incontro a Prefetto e Questore di Milano «per comprendere ciò che sta avvenendo».

Nel frattempo però, a fronte del parossistico rigore scelto dal governo in materia di clandestini, non si ferma l’ondata di sbarchi sulle nostre coste. Proprio ieri infatti una imbarcazione con a bordo 130 persone, fra cui una donna incinta, è stata intercettata da un mezzo della Guardia di Finanza in acque italiane a sud dell’isola di Lampedusa. I migranti, dopo le manovre di abordaggio, sono stati condotti nel centro di accoglienza dell’isola, già saturato dagli arrivi delle scorse settimane.