Immigrati, espulsioni a raffica “La Bossi-Fini è una trappola”

10/03/2003



9 MARZO 2003

 
 
Pagina 23 – Cronaca
 
 
Milano, il controllo delle domande di regolarizzazione procede a rilento. "Ma non per tutti"
Immigrati, espulsioni a raffica "La Bossi-Fini è una trappola"

Su centinaia di pratiche spunta il bollino rosso: monta la protesta
La questura: "Chi è senza requisiti deve andarsene".
I datori di lavoro: "Fretta sospetta, non sono criminali"
ANNALISA CAMORANI

          MILANO – Per adesso sono 250, ma il loro numero è destinato a aumentare. Pensavano di avere finalmente conquistato il diritto di restare in Italia, dove avevano un posto e un datore di lavoro. Invece i poliziotti hanno suonato alla porta delle case in cui abitavano, dei ristoranti dove servivano ai tavoli, delle fabbriche dove erano stati assunti. E li hanno rimpatriati. Con tante scuse, ma senza pietà.
          Sono, questi 250, i primi immigrati traditi dalla Bossi-Fini. Molti di loro sono ancora «prigionieri» del centro di permanenza temporanea di via Corelli. Non sanno neppure perché non meritano di rimanere in questo Paese. Qualcuno gli ha detto soltanto che vicino al loro nome c´è un bollino rosso. Gli anziani a cui badavano sono andati a protestare dai sindacati, alcuni imprenditori hanno assunto un legale per cercare di riavere il lavoratore perduto. Gli avvocati, la Cgil, la Cisl e la Uil hanno chiesto un incontro urgente con il questore di Milano, Vincenzo Boncoraglio, per cercare di capire che cosa sta succedendo.
          La questura risponde già adesso: «Solo negli ultimi due giorni – dicono i funzionari dell´ufficio stranieri – abbiamo rimpatriato 23 persone, in più di un caso siamo andate a prenderle a domicilio. Avevamo i nominativi di 150 stranieri, ma ne abbiamo trovati solo 23». Il questore aggiunge: «C´è una legge ed è tassativa. Dobbiamo eseguirla, non sta a noi interpretarla. Mi spiace ma è così».
          Per i sindacati tutto questo è incostituzionale e chiedono che agli immigrati bocciati siano concessi almeno 15 giorni di tempo per difendersi. «Il fatto grave – dice Graziella Carneri, della Camera del lavoro di Milano – è che dietro a queste espulsioni c´è un decreto che impedisce agli stranieri di rimettere piede in Italia e in tutti gli altri Paesi dell´Unione Europea per dieci anni».
          C´è anche chi contesta i cosiddetti «motivi ostativi», quelli cioè che impediscono il rilascio del permesso di soggiorno. «È sufficiente – spiega l´avvocato Paolo Oddi – che lo straniero sia stato espulso in passato con accompagnamento alla frontiera o abbia una vecchia denuncia. Per la legge non è necessario aspettare che ci sia una condanna. È sufficiente anche la generica segnalazione fatta da un altro Paese dell´area Schengen per non ammettere lo straniero in Italia».
          Il caso scoppia a Milano, ma la situazione è simile in tutte le grandi città, dove la protesta si sta mettendo in moto. All´ombra del Duomo le storie sono già un rosario. Eccone alcune. Said Zarigue, 31 anni, lavorava da tre anni come cameriere in un ristorante di via Ripamonti. Due settimane fa, insieme con il datore di lavoro e tre colleghi, marocchini come lui, è andato in prefettura per ritirare – credeva – il permesso di soggiorno. Ma dal palazzo di corso Monforte, Said Zarigue, è uscito solo per essere portato in via Corelli. «Ci hanno detto che sulle sue pratiche c´era un bollino rosso, niente altro» racconta Cosimo Vezzoni, 65 anni, il suo datore di lavoro che ha deciso di fare ricorso contro il provvedimento.
          Liliana è una badante ucraina di 30 anni che aveva fatto domanda di regolarizzazione. L´altro pomeriggio come tutti i giorni, era in casa insieme alla signora di 94 anni di cui si prendeva cura. Hanno suonato alla porta. Erano i poliziotti che, in meno di dodici ore, hanno rispedito Liliana a Bucarest, nonostante le proteste della famiglia italiana che l´aveva assunta.
          E così è andata anche per Ivan, un altro cameriere rumeno, portato via dalla Prefettura dove era andato per ritirare il permesso di soggiorno, e per Mario, un muratore albanese di 18 anni. Su 13mila pratiche «vistate» dal ministero e rispedite a Milano sono 4.000 gli stranieri diventati regolari, gli immigrati bocciati e rimpatriati, invece, sono 250.
          Duecentocinquanta persone come il marocchino Said. «Pensavo – è il commento del suo datore di lavoro – che questa legge servisse per mettere a posto le persone che hanno una casa e una occupazione. Almeno così ci avevano spiegato. Io in Said credo, mi fido di lui. Ho investito tempo e denaro per formarlo. È assurdo quello che ci è capitato». Chi si occupa di stranieri, però è pessimista e stima che le domande rigettate diventeranno sempre più numerose col passare del tempo, perché gli stranieri che hanno affollato gli sportelli dei sindacati negli ultimi giorni della sanatoria erano quelli con le situazioni più complicate.
          Oltre ai sindacati in questi giorni si sta muovendo anche un gruppo di legali, sono una quindicina, deciso a fare qualcosa. L´avvocato Oddi è uno degli organizzatori di questo gruppo spontaneo: «Stiamo valutando che tipo di iniziative legali possiamo prendere – spiega – questa è una sospensione dello stato di diritto: secondo noi ci sono già le condizioni per arrivare a una pronuncia della Corte Costituzionale. Abbiamo preso contatti con deputati e senatori, perché denuncino quel che sta accadendo anche nelle aule della Camera e del Senato».