Immigrati: 2,6 milioni i regolari

28/10/2004

              giovedì 28 ottobre 2004

              sezione: ITALIA-LAVORO – pag: 23
              Secondo il rapporto Caritas sono raddoppiati tra il 2000 e l’inizio dell’anno: il 60% è concentrato nel Nord
              Immigrati: 2,6 milioni i regolari
              Aumenta la presenza sul mercato del lavoro: è extracomunitario un assunto ogni sei Nell’industria il 21,7%
              MICHELE MENICHELLA
              ROMA • Sempre più immigrati in Italia. All’inizio del 2004 i regolari hanno raggiunto quota due milioni e 600mila unità, di cui 400mila minori. Rispetto al 2000 la cifra si è raddoppiata e se il trend non muterà ci registrerà un nuovo raddoppio fra dieci anni. A conti fatti c’è oggi un immigrato regolare per ogni 22 residenti, pari al 4,5% dell’intera popolazione.

              Sono le regioni settentrionali ad ospitare più immigrati (60%, pari a 1,5 milioni, d i cui 606mila nella sola Lombardia) mentre il 30% vive al Centro e il restante nel Mezzogiorno. Altro aspetto importante riguarda il motivo della loro presenza in Italia: il 66,1% è arrivato per lavorare e il 24,3% per ricongiungersi con la famiglia. Se si tiene conto della provenienza i primi posti spettano a rumeni, marocchini ed albanesi (ogni gruppo è rappresentato da 230240mila persone) che hanno anche rafforzato negli ultimi anni la loro presenza. Al quarto posto figurano gli ucraini (113mila) seguiti dai cinesi (100mila contro 62mila presenze dell’anno precedente).


              A fotografare il pianeta immigrati è il 14 Rapporto elaborato da Caritas e Migrantes nel quale si annuncia, tra l’altro, che se gli arrivi annui (pari a 25mila unità) e le relative nascite (35mila) continueranno ad aumentare ai ritmi attuali, nel 2014 si registrerà un nuovo raddoppio della popolazione immigrata.


              Il Rapporto precisa che a seguito della regolarizzazione la quota dei soggiorni per lavoro è aumentata di 10 punti passando da 834mila a un milione 450mila unità. Si evidenzia anche che tra gli immigrati presenti per motivi familiari un terzo (o forse più della metà) svolge attività lavorativa per cui quasi i tre quarti della popolazione straniera contribuisce all’economia del Paese. Nei 2003 — riferisce il Rapporto — su poco più di sei milioni di assunzioni complessive ben 771.813 a tempo indeterminato e 214.888 a tempo determinato hanno interessato gli immigrati: un su sei dei nuovi assunti. Settore domestico (43,7%), servizi (27,2%) e industria (21,7%) sono i settori con maggiore presenze di stranieri mentre solo il 7,4% è utilizzato in agricoltura. In quest’ultimo comparto — ha segnalato Coldiretti — il numero degli extracomunitari è quasi raddoppiato negli ultimi sei anni e rappresentano una componente strutturale indispensabile per lo sviluppo delle campagne.


              Cresce anche la voglia d’impresa: 71.843 immigrati risultano, a tutto giugno di quest’anno, titolari di un’attività imprenditoriale con un incremento del 25% rispetto all’anno precedente. In media un’impresa ogni 50 (una ogni 25 a Roma e una ogni otto a Prato) è gestita da un imprenditore straniero. Curiosità arrivano anche dal fronte sindacale al quale sono iscritti 334mila lavoratori (+49% rispetto al 2000) e non pochi sono presenti negli organismi direttivi e tra gli operai a tempo pieno. Altra annotazione riguarda gli infortuni sul lavoro: mentre per gli italiani diminuiscono, per gli immigrati aumentano i rischi visto che da 73.778 infortuni nel 2001 si è passati a 92.014 nel 2002 toccando il tetto di 106.930 nel 2003.


              Nel commentare il Rapporto monsignor Vittorio Nozza della Caritas ha sostenuto che occorre «riportare la questione dell’immigrazione in ambito europeo ed adeguarsi all’idea che non si è più in presenza di un fenomeno di breve periodo» aggiungendo che «ci vuole più coraggio e saggezza nel prendere atto della realtà migratoria e convincersi che ci sarà o l’incontro o lo scontro». E resta critico — ha precisato Nozza — il giudizio della Caritas sulla legge Bossi-Fini poiché non si tiene in debita considerazione la persona umana soprattutto per le difficoltà poste per i congiungimenti familiari.