“Immigrati 2″ Versamenti sì, benefici forse

15/02/2005
    del lunedì
    lunedì 14 febbraio 2005

    pagina 6

    Previdenza / I contributi Inps
    Versamenti sì, benefici forse
    EUGENIO BRUNO
    Se sul fronte sindacale si va verso una lenta integrazione dei lavoratori stranieri, sul versante previdenziale la sorte degli extracomunitari non è più felice. Anzi.

    Gli ultimi interventi normativi hanno, infatti, reso più difficile la vita agli immigrati iscritti all’Inps. In particolar modo a quelli che decidono di lasciare il nostro Paese senza aver maturato i requisiti pensionistici minimi: devono partire dicendo addio a tutti i contributi versati.


    Gli iscritti. È difficile, per ammissione dello stesso Istituto previdenziale, stimare quanta parte degli introiti provenga dai cittadini stranieri. Con buona approssimazione, per il 2002 ( ultimo anno disponibile) si può parlare di oltre 4 miliardi di euro incassati, limitatamente al contributo del 32,7% calcolato sulla retribuzione lorda e versato ai fini del trattamento Ivs ( Indennità vecchiaia superstiti) dai 992.300 lavoratori extracomunitari titolari di un rapporto di lavoro dipendente.

    Gli incassi complessivi sono, in realtà, più elevati. Sia perché la stima non tiene conto degli altri oneri previdenziali corrisposti dai lavoratori dipendenti, sia perché non computa i versamenti effettuati dai 230mila lavoratori agricoli, domestici e autonomi iscritti all’Inps e sottoposti a un sistema i prelievo diverso da quello dei dipendenti.


    Il trattamento.
    Che fine fanno i contributi versati? Si trasformano in pensione solo se il lavoratore straniero matura i requisiti previsti. Se, però, l’immigrato decide di tornare anticipatamente nel Paese d’origine, nascono i problemi. Fino all’entrata in vigore della legge Bossi Fini, infatti, presso l’Inps era attivo un fondo speciale che si occupava di restituire i contributi versati ( più una maggiorazione del 5%) agli extracomunitari che decidevano di lasciare l’Italia.

    In virtù della nuova normativa, dal 10 settembre 2002 questo fondo non esiste più. Chi va via dal nostro Paese non ha più diritto al rimborso, mentre conserva la facoltà di ottenere il riconoscimento della pensione di vecchiaia al raggiungimento del 65esimo anno di età. E questo anche in assenza dei requisiti minimi, cioè i 20 anni di contributi.


    Tuttavia, come precisa la circolare Inps 45 del 28 febbraio 2003, quest’ultima disposizione si applica solo ai lavoratori sottoposti al regime contributivo. I lavoratori soggetti al sistema retributivo o misto, invece, possono aspirare alla pensione solo se vantano anche 20 anni di contributi. In caso contrario, devono rinunciare ai soldi versati all’Inps.


    I rimpatri. Dal 1° gennaio 2000 i cittadini extracomunitari hanno perso un altro diritto: quello di vedersi riconoscere le spese per il rimpatrio. A partire da quella data, infatti, la legge Turco Napolitano ha sancito l’estinzione del cosiddetto Fondo rimpatrio, fino a quel momento attivo presso l’Inps e sovvenzionato con un contributo dello 0,5% sulla retribuzione di ogni lavoratore straniero.

    Al suo posto è stato istituito il Fondo nazionale per le politiche migratorie. Che si occupa, però, di favorire programmi di accoglienza e di inserimento per gli immigrati che arrivano nel nostro Paese. Niente è previsto, invece, per chi intende lasciarlo.