“ilSabato” La settimana corta, trionfo dei consumi (G.Berta)

06/12/2005
    martedì 6 dicembre 2005

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    L’ESEMPIO INGLESE IL DUCE INVENTÒ IL SABATO FASCISTA MA IL GIORNO DI RIPOSO ARRIVÒ SOLO NEGLI ANNI 60

      La settimana corta, trionfo dei consumi

        In Italia le prime trattative nel 1912 tra Bruno Buozzi e il senatore Agnelli

          Giuseppe Berta

            Tutti conoscono il valore storico della giornata di lavoro di otto ore, secondo lo slogan caro ai socialisti già alla fine dell’Ottocento, che rivendicavano per gli operai un’organizzazione del tempo scandita secondo "otto ore di lavoro, otto di riposo, otto di istruzione e di svago". Pochi ricordano invece che la riduzione del tempo di lavoro è passata attraverso la parziale e progressiva esenzione del sabato dal tempo di lavoro. È passato quasi un secolo da quando la Fiom diresse una grande agitazione operaia a Torino, fra il 1912 e il 1913, per chiedere quello che allora era denominato il «sabato inglese», cioè la sospensione del lavoro il pomeriggio precedente la domenica. Perché "inglese"? Perché gli operai inglesi avevano ottenuto questa pausa fin dal 1848, in seguito alla prima legge che regolava gli orari di lavoro nell’industria tessile, presto seguita dagli altri settori industriali.

              La Fiom, guidata allora da uno dei leader sindacali più celebri, Bruno Buozzi, un organizzatore che si guadagnò proprio in quei frangenti la stima come negoziatore provetto del fondatore della Fiat Giovanni Agnelli, aveva fatto di quella rivendicazione uno dei cardini della sua strategia. Si trattò di un conflitto aspro, destinato a preparare quelli successivi, che ebbe il suo epicentro nella nascente industria dell’automobile.

                Quando nel 1919 venne introdotta la giornata lavorativa di otto ore, il sabato non perse il proprio valore come spartiacque fra il tempo di lavoro e il tempo libero. Tanto che il regime fascista non rinunciò a cercare di appropriarsene, secondo i canoni di una politica sociale che mirava a trascendere nella nuova organizzazione della società di massa i simboli e i valori della tradizione socialista, badando a imprimere loro un nuovo significato.

                  Ma la svolta vera e propria sarebbe venuta molto più avanti, con l’orario settimanale di quaranta ore e l’avvento della cosiddetta settimana «corta», che coincideva con l’accesso del mondo del lavoro alla sfera dei consumi, fino allora preclusa.

                    Per l’Italia, questa soglia venne raggiunta con gli anni sessanta, quando prese forma – per un arco di tempo tutto sommato breve – il modello della società industriale, quella che riconosceva al lavoro industriale uno status preciso, anche dal punto di vista dei consumi.

                      La settimana corta rappresentò la stagione d’oro per il lavoro di fabbrica e per la sua regolazione sindacale. Allora i sindacati strapparono il diritto di imporre vincoli all’impiego dei lavoratori. Era l’epoca in cui la rigidità – cioè l’esatto opposto della flessibilità su cui si insiste adesso – era esaltata come il principio di riferimento. Rigidità significava tanto limiti invalicabili nell’orario quanto restrizioni alla mobilità dentro e fuori le fabbriche.

                        Ora tutto questo si è rovesciato nel suo contrario. La flessibilità è diventata il criterio di riferimento, l’elemento da esaltare nella ricerca di un assetto delle relazioni di lavoro che garantisca l’efficienza, la duttilità organizzativa, la modularità, così da permettere la massima aderenza al mercato e ai suoi mutamenti.

                          Nel medesimo tempo, la flessibilità degli orari di lavoro (che non arretra più nemmeno davanti al tabù del sabato) corrisponde a una società in cui la possibilità degli incastri e delle combinazioni del tempo appare pressoché infinita, dove i confini del lavoro e del tempo libero diventano sempre più mobili, soggetti alle scelte individuali e alle strategie e ai bisogni economici delle imprese e dei lavoratori.