“ilSabato” Confindustria lo vuole lavorativo

06/12/2005
    martedì 6 dicembre 2005

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    VERTENZE VIALE DELL’ASTRONOMIA GIOCA LA CARTA DEL PREFESTIVO IN VISTA DELLE TRATTATIVE CON I METALMECCANICI. «SVOLTA INDISPENSABILE SE VOGLIAMO CRESCERE»

      Confindustria vuole il sabato lavorativo

        Gli imprenditori: abbattiamo il tabù, serve maggior flessibilità a seconda della congiuntura

          Marco Sodano

            Lavorare anche di sabato: è la cura che potrebbe guarire la crescita dell’economia italiana dalla sindrome dello zerovirgola – progressi che si esprimono per decimi di punto percentuale – di cui soffre da un decennio almeno. Chiuso il contratto delle telecomunicazioni con un’iniezione di flessibilità, in Confindustria si guarda avanti e si parla ormai apertamente di abbattere il tabù del sabato in vista delle altre trattative aperte. A cominciare da quella con i metalmeccanici, cruciale perché interessa un milione e mezzo di lavoratori. Gli industriali hanno già parlato di sabato lavorativo con le tute blu: chiedono un’apertura rispetto alle regole in vigore (prevedono 32 ore di straordinario contrattuale, l’equivalente di quattro giornate, per andare oltre è necessario un accordo specifico).

            L’obiettivo è ottenere il consenso ad impiegare il personale di sabato senza contrattare volta per volta. Anzitutto perché, sostengono gli industriali «l’impiego straordinario già previsto nel contratto non è automatico come dovrebbe». E in secondo luogo, perché «si rischia che una trattativa prolungata arrivi a conclusione quando il momento buono è passato: e lavorare di sabato non serve più».

              Linea ampiamente preannunciata dal presidente degli industriali, Luca Montezemolo, nelle ultime settimane. Alla cerimonia di consegna dei Premi Leonardo, al Quirinale, ha spiegato: «la politica economica deve preoccuparsi delle condizioni dell’offerta più che di quelle della domanda». Qualche giorno prima, a Palermo, aveva invece sottolineato le difficoltà di un paese che fa progressi irrisori, quando ne fa: crescita zero nel terzo trimestre del 2005, un misero 0,2% nell’arco dell’intero anno. Indicando una soluzione precisa: «meno vincoli e meno oneri per le imprese», che devono esser messe in grado di cogliere i segnali positivi del mercato sul momento per cavalcare l’aria di ripresa che emerge da quasi tutti gli studi economici e sociali – per ultima la relazione del Censis – ma che al momento non è ancora scrivibile in numeri concreti.

              Confindustria è convinta che la sua linea meriti di esser presa in considerazione e accettata dai lavoratori, anche perché mentre all’estero si danno casi in cui si chiede ai lavoratori di lavorare di più per lo stesso stipendio, gli industriali italiani chiedono maggiore flessibilità negli orari ma continuano a pagare le ore straordinarie. Si tratta di cambiare la base sulla quale si calcolano le ore lavorate e rinunciare al conto settimanale che è da sempre una bandiera del sindacato.

                Non è la prima volta che Viale dell’Astronomia spiega che l’unica strada per aumentare l’occupazione è stimolare la produttività. Il vicepresidente Andrea Pininfarina ha ripetuto in diverse occasioni che finché il paese continuerà a perdere quote di mercato anche i progressi infinitesimali registrati dai bollettini economici sono inutili: l’Italia resta comunque indietro rispetto alle altre economie. In conclusione, dice Confindustria, per capovolgere la tendenza bisogna riuscire ad aumentare in modo significativo il prodotto interno lordo procapite del paese, è questa la leva che può risollevare la situazione. Senza andare a cercare confronti improponibili con le economie emergenti, negli ultimi dieci anni gli altri paesi europei sono riusciti ad accrescere il loro pil, mentre l’Italia è rimasta indietro.

                  Bisogna produrre di più, tenere gli impianti attivi sempre più a lungo, anche impiegando, se necessario, più personale. Gli industriali sono convinti che, ottenuto il via libera dal sindacato sul tabù del sabato, daranno il via a un ciclo virtuoso che non solo spingerà la crescita del paese, ma aumenterà anche il numero dei posti di lavoro. A quel punto, sostenuta con energia la possibilità di offerta dell’impresa italiana, finirà col beneficiarne anche la domanda.