“ilBuco” Costi pazzi e clientele

17/10/2005
    domenica 16 ottobre 2005

    Pagina 8 Politica-Economia

    NEL MIRINO DEL TESORO LE SPESE FISSE PESANO PER IL 70 PER CENTO

      Costi pazzi e clientele
      A teatro e negli enti lirici
      i conti non tornano più

        inchiesta
        Sandro Cappelletto

          ROMA
          Il paradosso economico dell’opera lirica ha, ormai da trent’anni, una diagnosi precisa: si chiama "sindrome di Baumol", dal nome dell’economista statunitense che così lo descrive: più produci, più spendi, più i costi aumentano.

            Per trovare un punto di equilibrio tra spesa e ricavo il prezzo del biglietto andrebbe fissato – tenendo come riferimento i teatri italiani – a circa 500 euro. Qualche spettatore potrebbe permetterselo, ma è i tre quarti della sala rimarrebbero vuoti in tutto il mondo l’opera è uno spettacolo sovvenzionato: in Europa, Inghilterra compresa, prevale di gran lunga – tra il 60 e il 90% del budget complessivo – il finanziamento pubblico (Stato per primo, poi Regioni e Comuni), negli Stati Uniti i teatri non potrebbero esistere senza gli sponsor privati, che godono di una normativa fiscale vantaggiosa, tale da consentire la detraibilità totale delle somme donate. Zubin Mehta, direttore del Maggio Musicale Fiorentino, ricordava proprio ieri la necessità di applicare questa normativa anche nel nostro paese: aiuterebbe un po’, certo non risolverebbe il problema.

              Il mondo dello spettacolo italiano ha da anni i teatri d’opera nel mirino: reputa ingiusto che assorbano quasi il 50% del finanziamento pubblico complessivo. Quella cifra – cica 500 milioni di euro fino al 2004, 300 secondo le previsioni dell’ultima Finanziaria – serve a pagare 5600 dipendenti e a produrre una decina di titoli ogni anno. I costi fissi sono cresciuti al punto da impegnare ormai il 70% del bilancio, che alla produzione viva riserva il restante 30%.

                Alti sono i compensi di direttori e cantanti, e in Italia più che altrove; bisogna riconoscere che, per i grandi nomi, il nostro non è più un mercato primario e dunque, pur di averli, i teatri devono allettarli con compensi superori alla media. I guadagni di piloti di Formula Uno, star del calcio e divetti televisivi restano comunque superiori.

                  I lavoratori salariati dell’opera – orchestrali, coristi, danzatori, maestranze tecniche e amministrative – non incassano cifre esorbitanti: sono professionisti ad alta specializzazione professionale, conquistata con anni di studio severo e i 3-4000 euro mensili di una prima parte d’orchestra appaiono motivati.

                    Però producono poco e sono riusciti a conquistare, grazie a un corporartivismo sindacale sfuggito al controllo anche delle centrali confederali, meccanismi di indennità e garanzie del tutto anomali rispetto alla media dei dipendenti pubblici. Al primo paradosso se ne può infatti aggiungere un secondo, tutto italiano: le Fondazioni liriche sono "di diritto privato", ma i contratti vestono ancora un abito parastatale.

                    Questo perché il ceto politico locale e nazionale non ha mai voluto affrontare un contraddittorio strutturuale con le controparti: Presidente di un teatro è il sindaco e in molte città queste aziende sono al primo posto per numero di dipendenti e ogni posto fisso, insegnano gli assessori, significa in media il controllo di quattro voti. La Scala ha 880 dipendenti, l’Opera di Roma oltre 600. Moltissimi indispensabili alla produzione, una parte assunti a contratto per il non raro meccanismo dell’appartenenza partitica; però: quale Ministero, quale Ente Pubblico ne è esente?

                      Fa un po’ sorridere leggere, in questi giorni, l’anatema contro gli sprechi lanciato da Franco Zeffirelli, le cui produzioni operistiche sono, per la grandissima parte, all’insegna del grandioso e colossale, né risulta che il rispetto del tetto di spesa sia mai stata la sua preoccupazione fondamentale. Alcuni costi sono incomprimibili e negli ultimi anni le spese per gli allestimenti – spesso dati con disinvoltura in appalto esterno al teatro – sono cresciute a dismisura, tra costi dei materiali per le scene e i costumi e progetti registici che tentano, spesso, di occultare la povertà di idee con la sfarzosità dell’impianto visivo. Per questo aspetto, latita a volte la responsabilità dei direttori aritstici, timorosi di obbligare l’artista al rispetto dei vincoli di budget. In altre nazioni, il ragionamento è inverso: questa è la cifra che puoi spendere, quale progetto riesci a realizzare, rispettandola? In Italia, un milione di euro destinato a un’inaugurazione non è ritenuto eccessivo.

                        La «sindrome» lirica non deve però occultare altre due verità: la prima, e diffusa, è costituita dalla rete di associazioni concertistiche guidate con grande passione, competenza, amore per la musica, oculatezza. Unioni Musicali, Società del Quartetto, Amici della Musica, Musica Insieme: qui non si spreca. Ma i conti finali, e questa è la seconda verità, non si fanno solo in teatro: ogni attività di spettacolo produce – escludendo la valutazione immateriale della bellezza, del piacere e della conoscenza che genera – un indotto cospicuo per ristoranti, alberghi, viaggi, shopping, attività editoriali, il cui ammontare supera nettamente il totale del contributo pubblico.

                          Contenere le spese non più giustificabili e salvare la qualità e la dignità dello spettacolo, non è la quadratura del cerchio: servono soltanto professionalità e onestà politica.

                            Se il taglio della Finanziaria verrà confermato, questo però non sarà che un desiderio sepolto, assieme a quell’offerta culturale che continua ancora a offrire un’immagine alta e ricnosciuta del nostro Paese.